|
BDI 222 |
|
Pietro Morandi (1745-1815) |
|
Concerti e sinfonie (Organo Francesco Comelli, Lorenzago di
Cadore BL) |
|
Mirko Ballico |
|
57' 56'' |
|
DDD |
|
(1
CD) |
|
track |
compositore e titolo |
durata |
|
|
|
1 |
Pietro Morandi - Concerto
Ottavo n Fa Maggiore: Col piano e forte |
6' 58'' |
|
|
2 |
Pietro Morandi - Sonata in Re
Maggiore: Allegro non tanto |
6' 42'' |
|
|
3 |
Pietro Morandi - Sinfonia ad uso orchestra in Re Maggiore:
Allegro moderato |
5' 55'' |
|
|
4 |
Pietro Morandi - Rondo in Sol Maggiore: Amoroso |
1' 30'' |
|
|
5 |
Pietro Morandi - Andantino in
Si bemolle Maggiore |
2' 23'' |
|
|
6 |
Pietro Morandi - Sonata ad organo aperto in Re Maggiore:
Allegro |
3' 30'' |
|
|
7 |
Pietro Morandi - Sonata in Do Maggiore: Allegro assai |
4' 42'' |
|
|
8 |
Pietro Morandi - Sonata in Si bemolle Maggiore: Adagio
|
3' 31'' |
|
|
9 |
Pietro Morandi - Sonata in Fa Maggiore: Allegro assai |
2' 21'' |
|
|
10 |
Pietro Morandi - Sonata in Si bemolle Maggiore: Andantino
grazioso |
4' 32'' |
|
|
11 |
Pietro Morandi - Sonata in re Maggiore: Allegro con brio
|
5' 43'' |
|
|
12 |
Pietro Morandi - Pastorale
per il S. Natale in Si bemolle Maggiore |
4' 51'' |
|
|
13 |
Pietro Morandi - Concerto Secondo in Do Maggiore
Coll'imitazione del flauto dolce: Allegro spiritoso |
5' 10'' |
Per la registrazione di queste musiche mi sono avvalso della recente edizione Armelin (XII concerti per l’organo del Sig. Pietro Morandi – 1790; Pietro Morandi – Sonate e sinfonie vol. 1 e vol. 2), curata da Maurizio Machella.
Le fonti citate e riportate per le SONATE sono le seguenti:
BIBLIOTECA UDINA-ALGAROTTI DI ZAGABRIA (LXXV 2 Q)
BIBLIOTECA COMUNALE DI LUGO (C 357/364 – C/30)
BIBLIOTECA DEL CONSERVATORIO DI VENEZIA (TORR. MS 17)
BIBLIOTECA DELL’ABBAZIA DI S. PIETRO DI PERUGIA (MS 1798)
I 12 Concerti per Organo sono stati ritrovati presso la Biblioteca del Centro di Documentazione francescana in Assisi, in manoscritto non autografo datato 1790 (cit. Machella).
E’ da pensare, con ogni probabilità, che tutte le composizioni fossero destinate ad essere suonate su organi Callidiani. Il Veneziano (Callido) infatti, operò molto in terra marchigiana, lasciando traccia indelebile della scuola organaria a lui riconducibile. I 12 concerti per organo, in particolare, ricalcano le timbriche classiche dell’organo di Gaetano Callido, con l’imitazione di strumenti vari (corni, trombe, flauti, viole, fagotto….), o presentando già nel titolo la registrazione desiderata (Voce Umana, col Principale e Flauto…). Anche le sonate sono facilmente interpretabili su strumenti di scuola veneta, seguendo per lo scopo le molteplici indicazioni di registrazione lasciate proprio dal Callido come anche da altri maestri organari suoi contemporanei.
L’organo “Comelli” di Lorenzago, datato 1797, ben si inserisce in questo contesto, presentando un quadro fonico generale molto simile al Callido, sia nella sostanza del ripieno a file separate, sia nei flauti dalla spiccata contabilità. Una nota particolare merita il particolare registro ad ancia, sempre con tuba corta ma meno squillante del più tradizionale tromboncino di Callido, che ben si amalgama nella fusione sonora con gli altri registri.
Per l’organo, con ripieno fino alla XXIX, è interessante su questo strumento avere i “Contrabbassi” a 3 file, con la quinta in “duodecima”, particolarmente sostanziosa.
Nell’interpretazione sono stati usati criteri filologici di completamento dell’armonia, soprattutto nella parte della mano sinistra, spesso lasciata indicata da un'unica nota al basso ed è stato aggiunto il pedale secondo la prassi esecutiva dell’epoca. Passi improvvisativi e cadenze sono anche state eseguite secondo una logica armonica classica.
Sono stati altresì corretti alcuni errori ovvi di trascrizione (o probabilmente già presenti negli originali e non corretti in sede di revisione) e alcuni di armonia, per attribuire alle diverse sezioni di uno stesso pezzo quella logica imitativa e formale necessaria.
Nella Pastorale si è volutamente scelto di utilizzare combinazioni di registri parzialmente diversi dall’originale impostata dallo stesso Morandi per la difficoltà di amalgama timbrica offerta dalla particolare registrazione su questo strumento, proponendo però ugualmente alcune tipiche sonorità legate ai “zampognari” già consigliate e presenti in altri documenti storici lasciati sull’arte della registrazione organistica.
Mirko Ballico
Programme notes
For the recordings of the music on this CD I referred to the recent
Armelin edition by Maurizio Machella (XII organ concertos by Mr Pietro Morandi
– 1790; Pietro Morandi - sonatas and symphonies vol. 1 and vol. 2)
The sources mentioned and quoted for the SONATAS can be found at the
following libraries:
BIBLIOTECA UDINA-ALGAROTTI DI
ZAGABRIA (LXXV 2 Q)
BIBLIOTECA COMUNALE DI LUGO (C
357/364 – C/30)
BIBLIOTECA DEL CONSERVATORIO DI
VENEZIA (TORR. MS 17)
BIBLIOTECA DELL’ABBAZIA DI S.
PIETRO DI PERUGIA (MS 1798)
The 12 organ concertos have been found at the Library of the Franciscan
Research Centre in Assisi, in a non-autographic manuscript dated 1790 (quoted
Machella).
It is believed, in all likelihood, that all compositions were intended
to be played on Callido organs. In fact the Venetian Callido worked extensively
in the Marche region where he left an indelible trace of his organ school. The
12 organ concertos, in particular, follow closely the classic timber of Gaetano
Callido’s organ by imitating various instruments (horns, trumpets, flutes,
violas, bassoon…), or by stating in the title itself the expected registration
(Vox Humana (or Voix Humaine) Principal and Flute). Also the sonatas can be
easily played on instruments of the Venetian school following the many
recording instructions/suggestions left by Callidio himself as well as by other
contemporary organ masters.
The “Comelli” organ in Lorenzago, dated 1797, fits in this context as it
shows an overall sound picture very similar to Callido’s, which concerns both
the mixture of the separate ranks of pipes and the clearly cantabile flutes. It
is worth mentioning the peculiar reed stop, with a short pipe but not as sharp
as the traditional Callido’s tromboncino
(a small-scale regal), which blends well
with the other registers.
The organ, with mixtures up to the XXIX, has the “double basses” on
three ranks, with the fifth in twelfth particularly rich.
Philological criteria have been taken into account in the
interpretation, especially as regards the left hand, often stated by a single
bass note. Also the pedal has been added according to the performing standards
of the time. Improvised passages and cadences have also been performed
according to classical harmonic logic.
Also a few clerical transcription errors (probably existing in the
original scores and not rectified during revision) and a few concerning harmony
have been rectified in order to provide the various sections of a single piece
with basic formal and imitative logic.
Owing to the difficulty in combining the timbers resulting from the
peculiar registration of this instrument, a combination of mixtures – partly
different from the original laid out by Morandi himself – has been chosen for
the Pastoral. However some typical piper tunes, suggested and found in other
historical documents on the art of organ registration, have been included.
Pietro Morandi
Nacque a Bologna il 15 Aprile 1745 (Gaetano Morandi – Maddalena Tebarini).
Nella città natale studiò letteratura e musica, alla scuola di P. Martini.
Nel 1764 entrò come maestro compositore all’Accademia Filarmonica di Bologna, poi fu nominato maestro d cappella alla cattedrale di Pergola. Fu organista di fama riconosciuta tanto che nel 1778 il vescovo di Senigallia Card. Bernardino Honorati lo volle a capo della musica in cattedrale. Ivi egli mostrò le sue doti come direttore e compositore.
In Pergola sposò Teresa Saraceni, dalla quale ebbe diversi figli, tra i quali il più famoso Giovanni, abile organista e maestro di canto, molto noto per le sue composizioni organistiche.
Pietro Morandi morì a Senigalia l’8 dicembre 1815.
Born in Bologna on 15th April 1745 (Gaetano Morandi – Maddalena Tebarini).
In his home town he studied literature and music at P. Martini School.
In 1764 he joined the Philharmonic Academy in Bologna as master composer and
later he was appointed chapel-master at Pergola Cathedral. He was an organist
of such great renown that in 1778 the bishop of Senigaglia, Cardinal Bernardino
Honorati, wanted him in charge of the music in his cathedral where he showed
his talent as a director and composer.
Pietro Morandi died in Senigallia 8th december 1815
Francesco Comelli, organaro friulano del 1700
Francesco
Antonio Comelli nacque a Torlano nel 1753 circa da Domenico e Lucia Marzocco. I
genitori, entrambi agricoltori, avviarono il figlio, fin dalla giovane età,
agli studi presso il collegio dei Barnabiti di Udine; qui Francesco ebbe modo
di studiare in modo approfondito la fisica e la matematica. All’età di
vent’anni, terminata la scuola, iniziò l’apprendistato presso qualche bottega:
l’indicazione che fu allievo del Nacchini, riportata da Paroni e Barbina nonché
da Renato Lunelli viene smentita nell’ampio studio di Nassimbeni “L’organaro friulano Francesco Comelli: un
inventario di bottega” il quale indica in Dacci e Callido gli organari che
probabilmente per primi diedero i fondamenti dell’arte organaria al
Comelli. Esistono indizi che conducono
al Dacci tra cui i documenti relativi ad una causa tra la nipote dell’organaro
veneto ed il Comelli stesso.
Nel
1783 si mise in proprio aprendo una bottega a Udine. Nei primi anni di attività
i suoi lavori si limitarono ad accordature e riparazioni di strumenti altrui
tra i quali, nel 1785, il restauro dell’organo della chiesa parrocchiale di San
Giacomo; altri interventi documentati li eseguì a Maniago (1793), Spilimbergo
(1809), Aviano (1818); ancora ad Udine il restauro dell’organo del Convento di
S. Maria dei Sette Dolori (1792) e la ripulitura nel 1795 dell’organo del
Convento di San Pietro Martire.
Al
1788 risale il primo strumento uscito interamente dalla sua bottega: l’organo
della pieve di S. Maria in Colle di Fagagna la cui costruzione, in sostituzione
dello strumento cinquecentesco di Ludovico Arnoldo ormai irrecuperabile, fu
decisa nel 1781 dal Consiglio della Comunità.
Sempre
nel 1788 Comelli firmò a Pontebba un contratto per la costruzione di un organo
per la chiesa parrocchiale. Purtroppo di questo strumento poco si conosce sia
per la mancanza di altri documenti che per la distruzione subita nel corso
della prima guerra mondiale (stessa sorte toccò all’organo di Ronchi dei
Legionari, distrutto durante il conflitto).
Nel
1789 Comelli si sposò con Elisabetta Segnanovich ed ebbe tre figli. Nel 1791 i
suoi guadagni cominciarono ad essere così cospicui da permettergli di
acquistare ad Udine, in borgo San Cristoforo, la casa dove visse e lavorò per
il resto della sua vita.
Anche
gli altri organi assegnati con certezza al Comelli sembra siano stati costruiti
prima dell’anno 1800: Lorenzago di Cadore (1790-96) e Forni di Sotto.
Quest’ultimo strumento, distrutto dall’incendio del maggio1944, veniva
ricordato come una delle sue opere migliori.
L’elenco
delle sue opere va completato con l’attribuzione dell’organo di Vrtovin, in
Slovenia, proveniente dalla chiesa di Medana e dallo strumento collocato nella
chiesa della B.V. del Carmine di Udine.
La
qualità e la precisione costruttiva degli strumenti di Francesco Comelli era
accompagnata dall’altrettanto nota lentezza di lavorazione: non pochi furono i
casi di strumenti in fabbricazione per i quali i tempi di consegna si
allungarono a dismisura (ad esempio vanno citati l’organo di S. Martino di
Cividale e l’organo di S. Giorgio Maggiore ad Udine).
Nei
primi giorni del 1800 un fatto grave ed imprevisto interruppe l’attività
dell’organaro friulano: Francesco fu accusato dal governo austriaco di
esternare in modo eccessivo le proprie simpatie per il passato regime francese
e, di conseguenza, fu rinchiuso insieme al fratello Giuseppe nelle carceri
udinesi. La situazione fu peggiorata dall’accusa di aver attentato alla vita
del conte Giangiuseppe di Partistagno, preside del Tribunale, e fu quindi
trasferito a Venezia dove, dopo due anni di detenzione, venne liberato non
essendoci prove sufficienti per una grave condanna.
La
sua carriera era ormai compromessa così come la situazione economica della
famiglia: i committenti dell’organo di San Giorgio, temendo di perdere gli anticipi
a suo tempo versati, avevano fatto mettere sotto sequestro la bottega ed
affidato l’incarico di completare lo strumento a Callido. Allo stesso modo si
comportarono i committenti di San Martino.
Il
Comelli cercò comunque di racimolare lavoro e denaro e riuscì ad avere, nel
1802, l’incarico di costruire l’organo per la chiesa di S. Giacomo a Fagagna,
lavoro che però non venne portato a termine.
La
situazione peggiorò con il ritorno in Friuli del dominio francese e la
soppressione delle congregazioni religiose voluta dal governo napoleonico: nel
1807 il Comelli si vide costretto a ipotecare parte della propria casa. Di
questo periodo sono la compravendita e ricollocazione dei tanti organi
provenienti da conventi soppressi e immessi sul mercato attraverso le aste
demaniali, così come alcuni interventi di restauro e manutenzione (nel 1818 è
documentato un intervento agli organi del Duomo di Udine).
Nella
vecchiaia la situazione economica e le condizioni di salute si fecero sempre
più precarie e l’organaro fu costretto a indebitarsi più volte.
Nel
1823, compì il suo ultimo lavoro accordando l’organo del Dacci della chiesa di
S. Maria del Tempio. Il 6 dicembre dello stesso anno morì a causa del
deperimento progressivo legato ad una malattia polmonare cronica.
Della
sua attività vanno ancora ricordate l’inventiva e la capacità meccanica che lo
portarono, oltre all’attività di organaro,
ad inventare strumenti meccanici molto apprezzati, come torchi di stampa
capaci di facilitare l’impressione dei caratteri, o il “Grammeristo” ingegnosa macchina capace di
dividere una retta in parti uguali o in successioni aritmetiche, geometriche od
armoniche.
Bibliografia
1.
Marcuzzi G.
“Cenni storico-artistici sull’organo” Tipografia Patronato Udine, 1890
2.
Lunelli R., “Studi e documenti di storia organaria veneta.
Dizionario degli organari” Firenze, Olschki, 1973
3.
Paroni I. – Barbina O. “Arte organaria in
Friuli”, Udine 1973
4.
Nassimbeni L.
“L’organaro friulano Francesco Pomelli: un inventario di bottega” Metodi e
Ricerche, XIII, 1-2 gennaio-dicembre 1994
“Un organo ritrovato, un suono
nuovo che viene dal passato…”
“E’
da deplorare la radicale trasformazione di questo pregevole strumento, uno dei
pochi – se non l’unico – costruiti dal Comelli e pervenuti sino a noi; la cassa
poi è da considerare tra le più belle e monumentali elencate nel presente
studio”. Così si esprimevano
Vanni Giacobbi e Oscar Mischiati nel 1962, riferendosi all’organo della chiesa
parrocchiale dei Santi Ermagora e Fortunato in Lorenzago.[1]
Non avevano certamente torto: dentro la bella cassa non c’era più l’organo del
Comelli, dalle sonorità omogenee e variopinte, gravi e brillanti, vivide e
talora languide, in grado di comunicare a chi le ascoltava serena compostezza e
gioiosa vitalità allo stesso tempo. Tale unione di qualità apparentemente
contrarie che sta sempre alla base di una buona armonia strumentale non
proveniva dal caso, da una fortunata combinazione di eventi o dalla pura e
semplice abilità di un artefice: era il frutto di sapienza artigianale, usanze,
esperienze maturate in decenni di realizzazioni organarie e affinate
pazientemente fino a divenire dei canoni, delle vere e proprie regole
costruttive tramandate da maestro ad allievo. E un buon maestro doveva averlo
avuto il Comelli: l’ipotesi accreditata da Lunelli che potesse essere allievo
di Pietro Nachini[2] sembra
smentita delle ultime ricerche di cui riferisce il Dr. Patuelli[3],
ma la sua formazione rimanda comunque al solco della grande tradizione
veneziana del ‘700. L’impronta degli strumenti di Comelli lo conferma in modo
indiscutibile: la cassa sobria ed elegante, la nobile e armoniosa disposizione
delle canne di prospetto, la struttura solida e funzionale, la costruzione e le
misure delle canne, la tipologia dei registri, il tutto lavorato con grande
maestria.
Ma erano tempi difficili, quelli del
dopoguerra; c’era tutto da rimettere in piedi, bisognava rimboccarsi le maniche
per ricostruire un paese martoriato e diviso, con tante difficoltà e problemi a
livello economico e sociale; anche i parroci erano in prima linea e si
adoperavano al meglio per raccogliere le pecorelle smarrite e disperse, e restituire dignità e funzionalità ai
luoghi di culto. Non sappiamo quali fossero allora le condizioni dell’organo di
Lorenzago, ma è molto probabile (basandoci
anche sulle esperienze, documentate, di tanti casi analoghi) che fossero
piuttosto precarie. Non c’è quindi da stupirsi troppo di quanto accadde: la
prima preoccupazione era quella di avere uno strumento che comunque suonasse, che potesse dare un minimo di decoro musicale
alla liturgia. E poi, chi lo poteva suonare? Dove erano gli organisti? Valeva
la pena di spendere dei soldi (e allora
non ce n’erano tanti …) per rimettere
in funzione uno strumento che avrebbe rischiato di essere suonato solo in
qualche occasione o addirittura di rimanere muto? Il parroco pensò bene di
affidarsi alle ultime novità della tecnica, l’auto-organo
(!) della ditta Barbieri; uno strumento che poteva suonare, all’occorrenza,
anche in mancanza dell’organista. Non c’erano l’elettronica, il floppy-disk, il
CD-ROM e le schede di memoria: ci si affidava a congegni meccanici (il
pianoforte a rulli bene o male era stato un successo) che nel caso dell’organo
diventavano però un po’ più complessi, dovendosi integrare con meccanismi
elettro-pneumatici. Fu così che venne eliminata e sostituita tutta la struttura
dello strumento (somieri, tastiera, pedaliera, comandi dei registri,
trasmissioni); scomparvero molte canne, quelle dei registri
più caratteristici e particolari, sostituiti con le immancabili, palpitanti ed
eteree Viole, Eoline e Celesti.
Non sappiamo onestamente quale fu la
riuscita; può essere che per qualche tempo lo strumento abbia anche corrisposto
alle aspettative e soddisfatto le esigenze, ma non passarono molti anni che
cominciarono a presentarsi degli inconvenienti, se nel 1962 Giacobbi e
Mischiati dichiaravano che “…Il
funzionamento dello strumento non è buono”.[4]
Si sa come poi vanno le cose: lo strumento si
usa poco perché non funziona, e il non
uso peggiora il funzionamento… un
circolo vizioso che porta immancabilmente all’abbandono e al mutismo totale. E
così è stato. Si giunse alla fine ad eliminare l’ingombrante e ormai inutile
consolle elettro-pneumatica collocata dietro l’altar maggiore e a munirsi per
le esigenze liturgiche di un piccolo organo della ditta Chichi.
Ma la cassa, con le sue lucide canne di
stagno del prospetto, era per fortuna ancora lì, muta ma visibile testimonianza
di un passato glorioso che nonostante le ingiurie del tempo e le travagliate vicissitudini
era ancora vivo, sia pure nascosto sotto la polvere. E le testimonianze aiutano
a non perdere la memoria, a non smarrire la conoscenza, fanno riflettere: nasce
così il desiderio di una comunità di riavere qualcosa che le mutilazioni e le
offese nel tempo hanno offuscato, ma non cancellato del tutto; nasce la volontà
di recuperare un pezzo significativo della propria storia e della propria
identità. Si guarda dentro l’organo, si chiedono sopralluoghi e preventivi, e
si ottiene un riscontro importante: le canne del vecchio organo ci sono ancora,
non tutte, ma una parte comunque significativa; sono danneggiate ma non
irreparabilmente, e quindi recuperabili. Ci si interroga allora sul cosa fare,
come procedere, ma l’obiettivo si chiarisce quasi subito: ripristinare l’organo
Comelli nella sua interezza, rifacendo a nuovo, su modelli originali, tutte le
parti mancanti. Per fortuna sopravvive a Fagagna (UD) uno strumento dello
stesso autore e della stessa epoca (1788); il confronto con il contratto originale
presente nell’Archivio parrocchiale ci fa capire che è praticamente un
“gemello” dell’organo di Lorenzago e che costituisce quindi l’ indispensabile e
prezioso modello di riferimento. Si restaura quindi accuratamente tutto il
materiale antico rimastoci dell’organo settecentesco e per così dire “attorno”
gli si ricostruiscono in copia tutte le parti mancanti, lavorate secondo gli
impegnativi dettami della pratica strettamente artigianale.
Con questo non vogliamo alimentare possibili
equivoci, soprattutto non intendiamo spacciare per autentico o antico ciò che
non lo è. L’organo di Lorenzago è in buona parte una ricostruzione che per
quanto ben fatta rimane tale, cioè una ri-costruzione.
Le parti mancanti disperse con il tempo rimangono tali, e cioè mancanti. Era però l’unico modo
possibile e praticabile per recuperare una voce resa silenziosa da tempo ma
capace ancora di farci provare delle autentiche emozioni e di farci rivivere un
passato la cui conoscenza è alla base del nostro essere nel tempo, del nostro
presente.
Il restauro e la ricostruzione
Una volta smontato e trasportato in
laboratorio si è potuto accertare definitivamente quanto rimaneva dell’organo
Comelli: oltre alla cassa, circa 2/3 delle canne di metallo, comprese quelle
(importanti) della facciata e quasi tutte quelle della basseria. Risultavano
mancanti: completamente le canne dei registri ad ancia (Tromboncini e
Tromboni), diverse canne della famiglia dei Flauti, poche piccole canne del
Ripieno, 5 canne della basseria. Le parti strutturali erano completamente
mancanti, ad eccezione di un mantice.
Il restauro delle parti superstiti è stato
condotto secondo gli attuali orientamenti metodologici che prevedono un
intervento strettamente conservativo, rispettoso dei valori di autenticità di
ciascun elemento e un rigoroso impiego, per le integrazioni delle parti
mancanti, di tecniche e materiali in uso all’epoca di costruzione dello
strumento.
Le canne di legno della basseria sono state
quindi sottoposte a ripetuti trattamenti anti tarlo, incollate nelle
spaccature, allungate per riportarle alla lunghezza originaria. Sono state
sostituite le guarnizioni di pelle alle portine di chiusura e ricostruiti
alcuni piedi fortemente danneggiati dagli insetti xilofagi. Analogo trattamento
è stato compiuto per il mantice.
Le canne di metallo, di ottima fattura e in
uno stato di conservazione discretamente buono, sono state accuratamente pulite
internamente ed esternamente con detergenti non aggressivi, rimesse in forma,
saldate negli squarci ed allungate quando necessario per portarle alla
frequenza originaria indicata dalla nota graffita sul corpo.
Particolarmente impegnativa è stata
ovviamente la ricostruzione di tutte le parti mancanti, realizzate in copia
seguendo il modello di Fagagna, a partire dalla tastiera che diversamente dalla
consuetudine organaria veneta settecentesca si presenta particolarmente
elaborata con un raffinato lavoro di intarsio di avorio (sostituito nella copia
con l’osso, per intuibili ragioni) ed
ebano. La pedaliera a leggìo è in noce
e conta 18 tasti.[5]
Il somiere maestro è in noce massiccio, con canali scavati; della
stessa essenza sono le stecche, le false stecche e le coperte. Il tutto è
precettato con le tradizionali viti di ferro a testa tonda. In legno di abete è
la secreta e pure i ventilabri, con guide laterali di ottone; il collegamento
con la meccanica e la sigillatura del punto di congiunzione utilizzano i
borsini “a tazza”, fermati da palline tornite di osso. Il crivello è in tavola
di abete, guarnito di carta da ambo i lati. Il somiere di basseria è di fattura
simile al somiere maestro ma, sempre secondo la tradizione, è realizzato in
larice. L’azionamento dei Contrabbassi avviene ad aria comandata da valvola a
tampone; sono presenti tre stecche per
l’inserimento dell’Ottava, della Duodecima e dei Tromboni. Tutti gli
incollaggi sono stati realizzati con colla animale a caldo. La carpenteria è
stata realizzata con travetti di abete opportunamente collocati basandosi sulle
tracce di quelli preesistenti.
Le trasmissioni dalla tastiera al somiere
maestro, dalla pedaliera alla tastiera e dalla pedaliera al somiere di basseria
sono realizzate con catenacci di ferro forgiato all’incudine legati con fili di
ottone. Non sono presenti guarnizioni, né dadi o viti di regolazione. I
registri sono azionati da pomelli torniti in noce tinti di nero collegati alle
stecche mediante catenacci, traversi e
bilancieri in ferro forgiato.
La manticeria si compone di due mantici a
cuneo (uno superstite, e l’altro ricostruito in copia) collocati uno di fronte
all’altro nel basamento della cassa e collegati da condotte a sezione
quadrangolare. Per ciò che riguarda l’alimentazione, oltre a quella fornita da
un elettroventilatore, è stato ricostruito il sistema di azionamento manuale
della manticeria, con corde, carrucole e pulegge.
Le canne di metallo sono stato ricostruite
impiegando lastra di lega stagno/piombo (20%/80%) fusa su tela, assottigliata
mediante piallatura manuale per le canne più grandi (fino alla lunghezza di 1
piede) e mediante calandratura per le canne piccole. Lastra di stagno pressoché
puro è stata impiegata per le canne dei registri ad ancia, cioè i Tromboncini e
i Tromboni al Pedale.; i canaletti degli stessi registri sono in lastra di
ottone stampata, mentre gli accordatori sono dotati del classico pattino in
corno di bue. E’ da rilevare l’orignalità dei registri ad ancia di Comelli,
caratterizzati da una foggia particolare delle tube.
Le
canne di legno sono state ricostruite in tavole di abete di prima scelta,
inchiodate e incollate con colla animale a caldo. Labbri, anime, portine di
chiusura e piedi sono realizzati in noce. Tutte le parti lignee interne allo
strumento sono state dipinte con la tradizionale vernice a base di colla e
terra rossa.
Una volta collocate e rese sonore sul somiere
le canne di facciata e quelle di basseria si è potuto determinare con buona
approssimazione il corista (La3) fissato a 438 Hz (a 16° C) e si è
cercato un temperamento storico secondo le usanze venete della fine del XVIII
secolo, compatibile con le lunghezze dei corpi sonori maggiori.
Scheda descrittiva dell’organo antecedente
alla presente ricostruzione[6]
Organo costruito da
Francesco Comelli di Udine tra il 1790 e il 1796, radicalmente trasformato
intorno al 1947 dall’organaro Barbieri di Milano.
Cassa monumentale in
cantoria sull’entrata principale, dello stesso stile e tipo di fattura degli
altari e delle decorazioni dell’interno della chiesa.
Facciata di 25
canne, con labbro superiore a scudo
Trasmissione
elettro-pneumatica, con “consolle” in coro: tastiera di 58 tasti (Do1
– La5), pedaliera di 27 note (Do1 – Re3) e
meccanismo di “auto-organo”.
Registri a
placchetta:
Principale
Ottava
XV
Ripieno
Flauto 8’*
Viola 8’*
Eolina 8’*
Concerto Viole*
Celeste*
Clarino*
Contrabbassi 16’
* registri in cassa
espressiva
Accessori: Tremolo, Superottava, Staffa per l’espressione, Unione
tasto-pedale, Ripieno, Fortissimo; il Clarino è un registro combinato che
inserisce il Flauto e la Viola.
Scheda descrittiva dell’organo dopo la ricostruzione
del 2004/2007 ad opera della Ditta
Laboratorio Artigiano Organi di O. Brasson e A. Pizzo
Organo costruito da Francesco Comelli di Udine tra il 1790 e il 1796,
collocato in cantoria sopra la porta d’ingresso principale e racchiuso in cassa
lignea……
Prospetto composto da 25 canne del Registro Principale (Do1-Mi3)
disposte a cuspide con ali convergenti; il labbro superiore è sagomato a scudo.
Alla base sono collocate, su apposito zoccolo di noce, le canne del registro
Tromboncini.
Tastiera con prima ottava corta di 47 tasti (Do1-Re5);
le leve dei tasti, in legno di tiglio, sono coperte in avorio ed ebano lavorate
ad intarsio.
Pedaliera a leggìo di 18 pedali (Do1-Sol#2)
costantemente unita alla tastiera; l’ultimo pedale aziona il Tamburo, costituito
dalle ultime 3 canne del registro Contrabbassi, suonanti contemporaneamente
(La/Sib/Si).
Registri azionati da tiranti a pomello distribuiti “a sincope” su due
colonne a destra della tastiera. Le denominazioni sono stampate su cartellini.
|
Principale Bassi |
Voce Umana (25 canne nuove) |
|
Principale Soprani |
Flauto in VIII
Bassi (14 canne nuove) |
|
Ottava (8canne nuove) |
Flauto in VIII Soprani (25 canne nuove) |
|
Quinta decima |
Flauto in XII (13 canne nuove) |
|
Decima nona |
Cornetta (25 canne nuove) |
|
Vigesima seconda |
Tromboncini Bassi (22 canne nuove) |
|
Vigesima sesta |
Tromboncini
Soprani (25 canne nuove) |
|
Vigesima nona (1
canna nuova) |
Tromboni (12 canne nuove) |
|
Trigesima terza (4
canne nuove) |
Tamburo |
|
Trigesima sesta (1
canna nuova) |
|
|
Contrabassi |
|
|
Ottava di contrabbassi
(5 canne nuove) |
|
|
Duodecima di
contrabassi |
|
Divisione Bassi/Soprani: Do#3-Re3
Ritornelli: la Quinta decima prosegue fino al Re5 senza
ritornello; le altre file ritornellano alla maniera classica a Do# e
Fa#. Le trigesime cessano al rispettivo punto di ritornello. Le
prime 8 canne del flauto in VIII sono come di consueto in comune con le
corrispondenti dell’Ottava.
Accessori: Tiratutti a manovella. Tamburo azionato da tirante con
pomello e dall’ultimo tasto della pedaliera.
Pressione del vento: 50 mm in colonna d’acqua
Corista: La3 = 438 Hz a 16° C
Accordatura a temperamento inequabile (Vallotti parzialmente
modificato)
MIRKO BALLICO (www.mirkoballico.it)
E’
uno degli organisti più decorati in competizioni di esecuzione/interpretazione
della sua generazione. Ha vinto il premio “Paul Hofhaimer” di Innsbruck nel
2007, premio consegnato solo 5 volte nella storia del concorso. E’ stato
inoltre vincitore ai concorsi di Viterbo 2000, Angullara Veneta 2000 (secondo
premio), 2001 (primo premio), Caldaro 2001 (terzo premio), Fuessen (Germania)
2002 (secondo premio), Borca di Cadore 2003 (terzo premio), Innsbruck (Austria)
2004 (secondo premio ex-aequo, primo non assegnato) e Carunchio 2008 (Primo Premio).
Dopo
la maturita tecnico-commerciale, si è diplomato in organo con il massimo dei
voti al Conservatorio di Vicenza con L. Signorini studiando canto gregoriano
con P. Comparin e composizione principale con E. Pisa al conservatorio di
Vicenza. Ha poi conseguito la laurea in Konzertfach-Orgel ad indirizzo
pedagogico con lode alla “Bruckner Universität” di Linz sotto la guida di Brett
Leighton, con una tesi sulla costruzione di piccoli organi a canne. Durante gli
studi ha frequentato varie accademie con M. Radulescu, L. Rogg, W. Zerer, C.
Rieger.
Raffinato
e poliedrico compositore, scrive per coro, orchestra, organo ed ensemble,
pubblicando i suoi lavori presso Armelin Musica di Padova.
Esperto e studioso da sempre dell’arte organaria,
costruisce personalmente organi positivi da sala (compresi gli strumenti da
concerto personali).
Particolarmente
interessato alla prassi esecutiva, si dedica allo studio approfondito della
musica rinascimentale e barocca basandosi sui trattati e metodi storici,
proponendo l’esecuzione filologica delle musiche di quel periodo. Di prossima
pubblicazione il libro “Ricerchada” sulla tecnica organistica rinascimentale.
Già
docente presso diverse scuole di musica, è stato sovente invitato per la sua
preparazione a tenere seminari di musica rinascimentale e arte organaria.
Concertista in piena attività, come solista e
direttore di coro ha partecipato ai più importanti festival in tutta Italia,
nonchè in Spagna, Svizzera, Austria, Francia e Germania. Collabora con diversi
gruppi strumentali e vocali, occupandosi anche dell’inedito repertorio a 2
organi proposto in formazione con il M° Tomadin.
Ha
inciso una decina di cd con varie etichette tra cui “duello italiano a due
organi” (2 volumi con Manuel Tomadin) e “musica d’organo al tempo di
Andrea Palladio” (organo “Colombi” di Valvasone). È stato scelto tra i
migliori giovani organisti italiani per l’incisione di un cd per la ricorrenza
dei 180 anni di fondazione della prestigiosa ditta organaria “Mascioni”.
Direttore
di coro dall’età di 18 anni, ha collaborato con diversi gruppi corali
(polifonia mista e coralità maschile) sia in veste di accompagnatore che come
maestro concertatore, ottenendo sempre caldi consensi. Negli ultimi anni ha
approfondito la tecnica di direzione d’orchestra perfezionandosi con il M°
Carlo Rebeschini (Teatro “La Fenice” di Venezia). Nel 2007 ha collaborato con
l’Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza e i Polifonici Vicentini
all’esecuzione in prima assoluta della sua opera “Kyrie e Gloria da concerto”.
DISCANTICA 222
[1] V. GIACOBBI e O. MISCHIATI, Gli antichi organi del Cadore” in “L’Organo” III (Bologna, 1962),
p. 25.
[2] cfr. R. LUNELLI, Studi e documenti di storia organaria veneta (Firenze, 1973), p.
174.
[3] vedi pag. ….. della presente pubblicazione
[4] V. GIACOBBI e O. MISCHIATI, op. cit., p. 25
[5] Nella disposizione fonica originale, ricavata dal contratto, ne erano
previsti 17 (do1 – sol#2 con prima ottava corta); la
stessa disposizione elenca tra i registri il Tamburo (ultimo tirante in basso
nella fila di destra), ma non fa cenno ad un possibile comando a pedale dello
stesso; tale comando fu realizzato probabilmente in epoca successiva con un
pedaletto sporgente anteriormente dalla cassa e collocato in basso sotto la
tavola dei registri, di cui rimane ancora traccia, costituita da un foro a
sezione quadrangolare. Si è deciso però, vista la dubbia origine del congegno e
desiderando nel contempo conformare l’organo alle usanze più diffuse all’epoca
che prevedono di regola un azionamento a pedale del Tamburo, di adottare la
soluzione ritrovata a Fagagna, e cioè di dotare la pedaliera del 18° tasto
(corrispondente al la2).
[6] La scheda riporta quanto descritto da V. Giacobbi e O. Mischiati nell’articolo più volte citato; risulta particolarmente utile e preziosa, in quanto la consolle al momento del primo sopralluogo del 2003 era già stata eliminata.