BDI 211

Caprioli, Bussotti, Messieri, Unterhofer, Scelsi, Cisternino, Scannavini, Castaldi, Costantini

Violoncello italiano XXI secolo

Nicola Baroni, violoncello

65' 22''

DDD

(1 CD)
€ 17.50

 

track

compositore e titolo

    durata     

 

1

Alberto Caprioli - A quinze an  

12' 40''

 

2

Sylvano Bussotti - Deborah Parker, Aria per violoncello solo da Rara Requiem  

8' 0''

 

3

Massimiliano Messieri - La jealousie - VIII Capriccio da Zadig, 21 capricci per violoncello solo  

3' 42''

 

4

Heinrich Unterhofer - Patchwork (Marinella Manicardi, voce recitante)  

12' 4''

 

5

Giacinto Scelsi - Triphon - Giovinezza-Energia-Dramma. III movimento da Trilogia, i tre stadi dell'uomo  

5' 15''

 

6

Nicola Cisternino - Fraseggio dai Tre ideoframmenti. Piccolo carteggio per solo violoncello con pedale distorsore  

4' 20''

 

7

Claudio Scannavini - Da una visione del ramo d\'oro  

10' 42''

 

8

Paolo Castaldi - Rondo neoclassico  

8' 27''

 

9

Andreina Costantini - Studio n. 2 da Jion, 5 studi per violoncello solo  

2' 16''

 

 

Violoncello solo innumerevole

 

(L'ordine dei brani di un concerto, o delle tracce di un disco, induce un'esperienza specifica, che non va trascurata.)

«Undici fogli» chiama con chiara intelligenza Alberto Caprioli la sua proposizione musicale-erotica per solo violoncello, o meglio violoncellista in posizione supina. Perché non si dà una forma arcuata, protesa, ma una successione equanime di pagine, ed entro le pagine, di frasi. Sta il respiro tra esse, sempre calmante. Il respiro cioè il silenzio (tecnicamente la pausa), ma, ancor più del silenzio, il loro risuonare vago, la loro eco mentale affatto affine a quella appena materiale che ne costituisce l'estinguersi, il vanire lontanante. Magistrale e mirabile è la non separazione, il trapasso che è continuo tra il suono strumentale ordinario e le emissioni timbrico-articolative residuali; per cui gli armonici trascolorano nel suono pieno, i soffi e i fruscii prendono corpo e diventano canto. Il mondo a parte di Sciarrino è assimilato, con maggiore maturità, come parte del mondo complessivo: l'extra-ordinario e l'ordinario si contagiano reciprocamente, talché l'ordinario suona straordinario e il residuo non più reietto. Il suono si sfa, e si fa luce. Da questa materia eterea è creata la forma, con felice assenza di intellettuale stolido volontarismo. È una gioia sensuale inconcussa, non artata da scopi programmatici finanche elevati, da progetti di massima che vadano oltre la delibazione del minuto momento di bellezza ombrosa e rifulgente.

Maestro di piaceri fu negli anni sessanta Sylvano Bussotti. E di spianata melodia atonale eppure convincente. Occorre però rendersi conto che in quest'aria dal Rara Requiem il famigerato edonismo bussottiano è tutt'altro che facile, facilone. Conviene collocarlo storicamente: nel 1969 è ancora relativo e oppositivo all'ascetismo seriale e appena postseriale (“aseriale” amava appellarsi il compositore). Qualche tempo ulteriore ci sarebbe voluto affinché l'espressione emotivamente smodata ma stilisticamente misurata di Bussotti e correi potesse sconfinare in licenza altresì stilistica, e chissà che non ne sia risultato un abuso (all'ovvietà con cui oggi l'accademia compositiva straparla di “comunicazione” corrisponde in musica una mancanza di severità costernante). Infatti qui Bussotti introduce ancora elementi di tensione, di scurità: armonie più cupe, gesti più secchi, dinamiche più nette, contrastate, e il campionario timbrico, sia pure franto, rimane quello classico, capace al limite di osare un pizzicato o un ponticello. L'intervallistica stessa denota l'antica quasi, ormai, ascendenza viennese. Ci voleva e ci vuole oggi tanto più coraggio per assegnare primazia poetica al melos, altrimenti squalificato, senza poggiare sul sostegno di alcuna consuetudine tonale o modale accademica o popolare.

Che la musica non sia qualcosa a sé stante è fin troppo evidente: deriva da tutto, a tutto conduce, e con tutto si mescola e unisce. Ciò malgrado è almeno salutare il precetto critico di tentare di comprenderla, intenderla fino in fondo, considerandola isolata: le infinite relazioni non valgono a niente come giustificazione di una musica in sé non valida. Talvolta tuttavia un titolo, un programma, e i suoni ad esso associati si rispecchiano così compiutamente che rincresce sfuggire all'invito interpretativo. La Jalousie intitola Massimiliano Messieri la sua paginetta, e in effetti di questo si tratta. Il suono prende presenza lentamente, si direbbe che si insinua; poi esplode, aspro, acerbo (la partitura prescrive grattato: una specifica combinazione di pressione e velocità dell'arcata); dopodiché si accanisce, ossessivo. È o non è un ciclo di sospetto, furia della scoperta, infine rabbia allo stato di fissazione maniacale?

Poco perspicuo invece il titolo Patchwork di Heinrich Unterhofer, e non è arduo prescinderne. Si giudichino piuttosto le tre sezioni di cui è composto il brano, nella loro sequenza. La prima propone uno stilema tipico, un topos della musica contemporanea: attraverso ribattuti o arpeggi, la stabilizzazione di un'altezza o di un insieme determinato di altezze, a statuire appoggi armonici altrimenti elusivi in regime atonale. Tale saldo fondamento degli eventi favorisce peraltro l'appercezione del loro incalzare; essi sorgono per contrasto o spesso per conseguenza l'uno rispetto al precedente, come sfogo energetico o diversione figurale. La seconda sezione sopravviene inopinata, accompagnando con una citazione bachiana la voce recitante. Ma più profonda, sebbene più sottile, è la discordanza della terza sezione, in cui nulla è diretto come prima, e tutto evolve in modo tentativo, interlocutorio, saggiante.

Al do, ostinatamente al do grave, quarta corda vuota del violoncello, torna il peregrinare delle dita in Triphon di Giacinto Scelsi. E tanto più centripeto suona questo movimento reiterato quanto più lontane si fanno via via le deviazioni. Una frenesia coglie la coscienza musicale (è il compositore? l'esecutore? l'ascoltatore?) nell'atto e per l'atto di forzare questa attrazione polare sonora, divergendo verso sempre più acuti registri, distemperando vieppiù con microtoni la scala cromatica, addensando note su note. Ma do, do. In nuce qui si trova già lo Scelsi maturo, maestro universale. Non è ancora pienamente esplicata la magnificazione del singolo suono – klang epifanico – mediante il suo incremento (per unisono e ottavazione) e ispessimento (diastematico per inflessione microtonale, e timbrico per somma di strumenti, e ritmico-articolativo), simultaneamente nel taglio temporale verticale. Ma già la si intuisce nella differita successione (che è quanto consentito al poco polifonico strumento violoncello). La complessità che sarà poi armonica e interdimensionale qui si manifesta come complessità timbrica anche per l'uso della particolare sordina metallica costruita da Scelsi, che produce quel raschio della singola nota che già vorrebbe emulare la gran massa del tutti orchestrale-corale.

Data la genealogia artistica di Nicola Cisternino, è lecito affermare che dalla sordina scelsiana, oltre che ovviamente dalla ricezione dell'offerta tecnologica generalizzata, discenda la sua applicazione del pedale distorsore al violoncello. In questo disco d'altronde non ci si inoltra al di là di questa soglia nel vasto campo dell'elettronica e ormai informatica musicale. A Cisternino basta tale elementare, nondimeno efficace, deformazione timbrica, per soddisfare la sua esigenza di degustazione sonora immediata. Egli gode del suono in quanto tale, al di qua di ogni sorta di elaborazione. Formalmente procede in modo alquanto frammentario, se non disordinato, ma in fin dei conti ciò risulta funzionale all'acquisizione di una consapevolezza fondamentale, che il semplice dispiegamento del nudo materiale vale – per le caratteristiche irriducibili del suono stesso: una eccedente ricchezza percettiva, una vitalità soggiogante – a cagionare un momento radicale di spalancamento della coscienza.

Sulla degnità esperienziale dell'ascolto del suono bruto si fonda un altro stilema tipico, endemico nella musica postseriale (mai ce lo si sarebbe permessi prima di cinquanta anni fa, ora è di un qualunque pezzo l'esordio più prevedibile), che riceviamo da Claudio Scannavini. Si comincia con un suono singolo, enunciato a lungo abbastanza perché da solo stabilisca un'interezza gestaltica, e a partire da esso si sviluppa gradualmente la complessa totalità. Si ottempera così al massimo grado a un principio capitale della composizione (non che l'opposto non sia pure vigente, altrove): l'economia del materiale. Del resto niente impone che, pur derivando tutto da un'unica cellula elementare, si debba da essa partire; si può ugualmente ad essa arrivare, o non esporla affatto. Ulteriore principio regolativo è dunque che l'economia del materiale sia propriamente esibita, mostrando appunto il passaggio dalla cellula originaria alle sue trasformazioni, rendendo cronologico e manifesto ciò che di per sé è soltanto logico e potrebbe rimanere latente. Di questo atteggiamento didascalico si fa tanto più forte la musica contemporanea di lignaggio accademico, genere esoterico tra tutti.

A parte il neoclassicismo ostentato e quindi innocuo, ciò che più colpisce del Rondò di Paolo Castaldi è la medietà, la moderatezza espressiva. Una presa di posizione più netta di quanto sarebbe una neutralizzazione espressiva assoluta di tipo ad esempio panseriale o aleatorio. Per un progressista espressivista (qual'è ogni normale uomo eccezionale) questa musica si pone come un enigma, un oracolo sfingeo proferito oggi con le parole di ieri, un colpo debolissimo inferto con un maglio. Castaldi vuole stare nella musica contemporanea come un paradosso, una pietra d'inciampo, inamovibile nella misura esatta in cui si vorrebbe asportarla. L'anestesia espressiva però, a un'ulteriore riflessione, si rivela il sintomo certo che a comporre sia un essere senziente, se non addirittura sensibile e ipersensibile, esacerbato: un computer non avrebbe mai necessità di annullare l'espressione (nella sua musica l'espressione potrebbe insorgere ovunque, se non altro per sbaglio). Si direbbe allora che ciò che esulcera la sensibilità del fin troppo umano compositore Castaldi non sia il male dell'esistenza, ma il male espresso in musica dai compositori che del male reale si fanno testimoni appunto attraverso la musica. Uno per cui il male maggiore di cui fare catarsi mediante la musica non sono i travagli dell'io e le tragedie dell'umanità, ma la musica stessa che di quelli voleva fare catarsi, si pone come un compositore affatto culturale, sovrastrutturale. A meno però di apparire penosamente naïf, non si può opporre alcuna critica a una simile ideologia, che tutto ridicolizza.

Una minima consolazione si offre comunque a chiudere il disco. La comprensione della musica in termini di luce, tanto comune da apparire scontata, è in verità una metafora, perché pura vibrazione invisibile della materia rimane il suono. Ma Andreina Costantini fa di tutto per convalidare quella trasmutazione fenomenologica. Associa in due insiemi separati tutti i comportamenti sonori luminosi e tutti gli oscuri. Relegate nel registro grave stanno le armonie più disturbate, le articolazioni più crude; nell'acuto, invece, si compie uno studio sulla consonanza (atonale), e il fruscìo peculiare dei suoni armonici, tenui, è quasi uno sfarfallio.

 

 

Stefano Lombardi Vallauri

 

 

 

Note tecniche

 

I brani di questo album antologico, rappresentativi della musica italiana per violoncello negli ultimi decenni del XX secolo, esplorano qualità timbriche, armoniche e formali.

A fianco di una multidirezionalità nella ricerca e nella estetica dei compositori qui presentati, si potrebbe forse rintracciare una linea di fondo nelle intersezioni tra visioni allargate del suono, dove il timbro sconfina nelle relazioni armoniche e concorre alla produzione di forme fluide o instabili.

Nell’era tecnologica lo slancio creativo di questo lavoro va nella direzione di un’idea di strumento musicale esteso. Le stesse modalità di registrazione qui utilizzate non ambiscono a una equivoca neutralità ma sono pensate come momento dialettico rispetto alla sonorità naturale del violoncello.

L’idea di estensione acustica è creata da Caprioli tramite la scordatura (si bemolle-mi-re-la). I glissati e i bicordi costruiti sugli armonici producono quindi battimenti e risonanze su armonie timbriche inconsuete, dissonanti e rafforzate da modalità d’attacco estreme. La posizione sdraiata del violoncellista è funzionale alla produzione di sonorità instabili e alla loro diffusione non direzionale e verso l’alto: eco delle fantasie adolescenziali tratte dalla Elégie di Marceline Desbordes Valmore. L’atmosfera di carattere informale è sottolineata da un’inverosimile instabilità della struttura metrica.

È implicito il legame con la notazione parzialmente aleatoria di Bussotti, totalmente priva di indicazioni metriche e suddivisione in battute. Qui lo slancio melodico è potenziato dai segni di espressione sulle pause, dalla ricca polifonia virtuale, da una perenne sfida ai confini del possibile: figure ornamentali su lunghi pedali di armonici, accordi estesi ai quali ho talvolta voluto dare completezza tramite l’uso della voce. Il brano, dedicato e intitolato alla violoncellista Deborah Parker, è un’ampia pagina di assolo per violoncello all’interno dell’opera per solisti, coro e orchestra Rara Requiem, che si apre su un lungo la tenuto dell’oboe.

La distorsione timbrica, ottenuta mediante un eccesso di pressione metaforicamente legata all’eccesso di tensione della gelosia, è il tema di Messieri. Ognuno dei ventuno capricci di Zadig esplora una sonorità e una tecnica strumentale in rapporto a una specifica qualità morale delineata nel relativo capitolo dell’omonimo romanzo di Voltaire.

Unterhofer esplora le caratteristiche rotatorie della forma musicale, tra aperture melodiche di ispirazione espressionista, armonie espanse sulle quattro corde dello strumento e interventi percussivi nascosti tra le produzioni sonore delle corde a vuoto. Imprevedibile e visionaria, a metà del brano, è la citazione-parodia della Cantata 204 di Bach, Veichet nur, betrübte Schatten. Segue la parte conclusiva dominata da un’idea di riavvolgimento formale e sonoro, concluso dal gesto finale di scordatura ‘dal vivo’ dello strumento.

Risalgono al 1957 i primi due episodi del monumentale trittico per violoncello solo di Scelsi, concluso nel 1965 Trilogia. I tre stadi dell’Uomo (Triphon, Gioventù-Energia-Dramma; Dithome, Maturità-Energia-Pensiero; Igghur, Vecchiaia-Ricordi-Catarsi-Liberazione). Se da un lato le qualità meditative di Igghur verranno sottolineate dall’uso estremo della scordatura e da molteplici modalità sperimentali d’attacco del suono, il carattere energetico di Triphon si manifesta tramite l’estensione timbrica del violoncello ottenuta con una specifica sordina in rame: le sottili lamelle della sordina avvolgono le corde e producono vibrazioni metalliche supplementari, rifrazioni e distorsioni all’interno di una conduzione armonica microtonale. Nel terzo movimento di Triphon, che viene qui proposto all’ascolto, la poderosa dilatazione spettrale costruita sulla sonorità della corda grave dello strumento fa affiorare qualità mantriche del suono, dove il fattore timbrico e improvvisativo sono elemento costruttivo della forma musicale.

La distorsione elettrica tramite pedale analogico è invece attivata nel brano di Cisternino su armonici, soffi e glissati del violoncello. Si tratta di uno dei primi esempi italiani di dialogo tra uno strumento musicale di tradizione classica e il proprio alter ego elettronico. Composto in un’epoca di primi contatti diretti tra gli strumenti acustici e la computer music, appare in questo brano interessante il ricorso a un’apparecchiatura (ma non a un linguaggio) di evidente matrice popular.

L’idea del dialogo è invece sviluppata da Scannavini all’interno di un ideale ambiente acustico riverberante e tramite una conduzione decostruttiva del discorso musicale ispirato alla citazione da Wittgenstein «Ogni teoria è un’ipotesi», che funge da sottotitolo. È esplicito il richiamo alle Note sul “Ramo d’Oro” di Frazer di Wittgenstein, mentre l’ambiente antropologico delle evocazioni sonore appare sottolineato da strutture modali e timbriche extraeuropee e poliritmiche.

Uno sguardo oggettivo verso le forme della nostra tradizione europea polifonica si manifesta nella complessa architettura di frammenti del Rondò di Castaldi, che segue il seguente piano formale: Refrain I  – Allegro moderato, Nocturne lunatique – Larghetto, Refrain II – Allegro moderato, In tempo deciso e risoluto, Refrain III – Allegro moderato, Petit Choral – Grave, Refrain IV – Allegro moderato, Tempo di Marcia, Menuet – Andantino grazioso, Refrain V – Allegro moderato, Valse – Modéré, Capriccio – Allegretto un poco rubato, Grand Choral – Grave, Refrain VI – Allegro moderato, Les Douze Heures, Refrain VII – Allegro moderato.

Il brano di Andreina Costantini conclude la presente raccolta tra estensioni estreme nelle altezze e nelle diffrazioni timbriche del violoncello all’interno di una struttura musicale rarefatta e ispirata a  Bartók.

 

Nicola Baroni

 

 

 

Innumerable Solo Cello

 

(The order in which pieces are played in a concert, or on a recording, conveys its own specific experience, which is not to be disregarded.)

«Eleven pages» is the calm, lucid title given by Alberto Caprioli to his musical-erotic offering for solo cello, or, rather, for a supine cellist. There is in fact no single arch that stretches across the entire cycle, but a neutral succession of pages, and, within the pages, of phrases. Between them only calming breaths, silences that respire (musically speaking, rests that offer respite), and beyond silence itself a vague resonance, a mental echo that is inseparable from the faint material echoes created by waves vanishing into the distance. One can only admire the masterly non-separation, the multiple passages back and forth across the threshold between ordinary instrumental sound and residual effects of timbre and articulation; harmonics change their colour to become full sound, just as murmurs and whispers become song. Sciarrino's detached world is more easily assimilated, by way of a greater maturity, into the all-encompassing world: the extraordinary and the ordinary infect each other, so that the ordinary sounds extraordinary and the residue is no longer cast away. Sound decays, only to become light. It is from this ethereal matter that the form is created, with a happy lack of any stolid intellectual voluntarism. This is a resolutely sensual joy, not spoiled by programmatic intentions, even of the most elevated kind, nor by projects that seek to go beyond the enjoyment of the slightest single moment of shadowy, resplendent beauty.

In the 1960's, Sylvano Bussotti was a master of pleasure. He was also a master of extended melody, atonal yet convincing. One must understand, however, that in this aria from the Rara Requiem his infamous hedonism is anything but undemanding. It must be understood historically: in 1969 his style was polemically opposed to any kind of serial or post-serial asceticism (“a-serial” is one way Bussotti liked to describe himself). With the passing of just a little more time, Bussotti's emotionally immoderate but stylistically contained expression may well have spilt over into licentiousness on the stylistic level as well, leading perhaps to abuse (today, academic composers often speak of “communication” in an entirely obvious way, which is matched only by the consternating lack of severity in their music). In fact, here Bussotti still uses a number of elements of tension or friction: dark harmonies, dry gestures, and markedly contrasting dynamics, while the range of timbres he uses is quite classic, daring to introduce at the most a pizzicato or passages played sul ponticello. Even the intervals used, with their Viennese roots, give evidence of a style that had already become somewhat dated. Even greater courage therefore was necessary, and still is today, to consider melody as a poetic dimension not to be ignored, without however relying on any sort of tonal or modal support, academic or popular as it may be.

It is beyond doubt that music does not exist unto itself: it derives from and leads to, uniting itself with, everything that it is not. Yet, at least as a critical exercise, it is well worth trying to fully understand a piece of music as an isolated phenomenon; its infinite external connections are worthless if it is not valid in itself. At any rate, sometimes a title or a program, and the sounds associated with it, mirror each other so fully that it is impossible to resist the temptation to interpret. Massimiliano Messieri entitled his brief piece La Jalousie, and that is precisely what it appears to represent. A sonority slowly acquires consistency, creeping in like an as yet indeterminate allusion; it then explodes, bitter and harsh (the score calls for a grattato bowing, so that the bow cuts across the string with a specific kind of pressure and speed); after which it becomes no less than obsessive. Is this, or is it not, a complete cycle of suspicion leading to secrets revealed, that in turn unleash a full fury and bring about a final stage of obsessive rage?

The title chosen by Heinrich Unterhofer, Patchwork, is much less telling, and might almost be disregarded. Let us consider instead the sequence of the three sections that make up the piece. The first proposes a stylistic trait that is typical of contemporary music: a repeated note, or an arpeggiated group of pitches, acquires harmonic stability through repetition, which is essential in order to establish privileged harmonic areas in a purely atonal context. This gives a firm ground to the piece's events, and lets their trajectory be perceived all the more clearly; these events follow one another in a contrasting or, more often, consequential manner, as en energetic outburst or a figural diversion. The second section arrives in an unimaginable way, accompanying the speaking voice with a citation from Bach. Even more profound, if more subtle as well, is the third section's discordance, in which nothing is straightforward any longer, and everything evolves in a tentative, interlocutory, probative manner.

In Giacinto Scelsi's Triphon, the fingers roam widely across the instrument but stubbornly continue to return to a low C, the open fourth string of the cello. And as the piece progresses, the further away the deviations go, the more this reiterated movement sounds centripetal.  A frenzy comes over the musical conscience (is it the composer? the performer? the listener?) as this polar attraction is put to the test, diverging towards ever higher registers of sound, dis-tempering the chromatic scale with ever finer microtones, stratifying notes upon notes. But always C, C. In brief, we can already find the mature Scelsi here, the universal master. The magnification of a single sound – epiphanic klang – is not yet present, nor are its incrementation (at the unison and at the octave) or thickening (by microtonal inflexions as regards pitch, addition of instruments as regards timbre, and in its rhythmic articulation), which occur simultaneously in a musical time that has become vertical. But, within the horizontal time of this piece, one can already perceive a tendency towards these techniques (as far as is possible with the limited polyphonic possibilities of the cello). A complexity that will later become harmonic and inter-dimensional reveals itself here as complexity in timbre, due to the use of the novel metallic mute designed by Scelsi, which gives the single note a droning sound intended to emulate the sound of an orchestral mass.

Given Nicola Cisternino's artistic genealogy, one might say that his application of the distortion pedal to the cello derives not only from a sort of technology that is commonly available, but from Scelsi's mute as well.  On this recording, in any case, this is the piece that ventures the furthest into the wide field of electronic and computer music. For Cisternino, this elementary but effective deformation of timbre is enough to satisfy his desire to immediately enjoy sound, to take pleasure in sonority as such, irrespectively of any particular elaboration. His formal procedures are rather fragmentary, if not disorderly, but in the end this serves to become aware that the very way in which the musical material folds out – by way of an almost excessive perceptive richness or an overwhelming vitality of sound itself – is enough to lead to a radical opening of consciousness.

Another typical stylistic gesture of contemporary music, founded on the legitimate practise of listening to sound in its unrefined state, has established itself in post-serial music (unthinkable until only fifty years ago, it is now the most predictable opening for any contemporary piece). It appears here in the piece by Claudio Scannavini, which begins with a single sound, held long enough to acquire a certain formal autonomy, and out of this sound the complex totality is gradually developed. In this way, one of the basic principles of musical composition is respected: no more material is used than is absolutely required. In any case, even when an entire piece is derived from a single elementary cell, it is not necessary to begin with this cell; one may just as well reach it during the piece, or even not expose it at all. A further principle therefore requires that every passage from the original cell to its transformations must be made clear, making chronologically manifest that which in itself is only logical, and could remain latent. Contemporary music whose roots are found in the academic tradition, one of the most esoteric genres that exists, relies all the more heavily on this didactic stance.

Above and beyond its patent, and therefore innocuous, neoclassicism, the most striking feature of Paolo Castaldi's Rondò is its moderation in expression. This approach is even more remarkable than a drastic neutralization of expression, as is the case with integral serialism or aleatory music. To those who believe in progressively expressive music (as does every normal exceptional man) Castaldi's music appears to be enigmatic, an oracle who speaks today with yesterday's words, a very faint blow inflicted with a mallet. The place of Castaldi in contemporary music is paradoxical, a stumbling block that continues to entrench itself to the very degree in which one would like to remove it. This expressive anaesthesia, however, upon closer reflection, turns out to be a sure sign that the composer is a sentient being, perhaps sensitive or even hypersensitive, exacerbated: a computer could never feel the need to eliminate expressiveness (in its music, expression might arise anywhere, if only by mistake). One might say that, for the all too human composer Castaldi, the greatest evil that music must eradicate is neither personal anguish nor collective tragedy, but those very types of music that strive towards a catharsis of this kind of pain; he is thus a composer whose role is entirely cultural, superstructural. If one does not wish to appear sorely naïve, one cannot in any way criticise this kind of ideology, which spares nothing in its derision.

One final consolation is however offered by the present recording. The comprehension of music in terms of light, which has become a commonplace, is actually a metaphor, given that sound is and remains a pure, invisible vibration of matter. However, Andreina Costantini does everything possible to bring about this phenomenological transmutation. She divides the sonority of this piece into two distinct sets, the luminous and the tenebrous. All of the most disturbed harmonies, all of the rawest articulations, are relegated to the lower register of the instrument, while in the upper we find a study in (atonal) consonance, and a peculiar, tenuous whisper of the harmonics that almost becomes a flicker of light.

 

 

Stefano Lombardi Vallauri

translation: Brent Waterhouse

 

 

 

Technical notes

 

The pieces included in this anthology, which provide an overview of Italian cello music written in the last few decades of the 20th century, explore many different aspects of timbre, harmony and form.

Over and above the multiple directions pursued by these works, and the differing aesthetics of each composer, there is a certain common denominator that consists in experimentation with sonority itself. Here, research on timbre flows over into novel harmonic relations and contributes to the production of unstable, fluid forms.

In our technological era, this recording intends to offer one example of a new idea of what a musical instrument might be.

The recording techniques used in creating this CD are by no means neutral; on the contrary, they are intended to create a sort of dialectical contrast with the natural sonority of the cello.

In order to create an idea of acoustic extension, Caprioli turns to scordatura (B flat-E-D-A); in this way, the glissandi and the two-note chords built on harmonics produce interference beats and resonances between rare, dissonant harmonic timbres, whose effect is still furthered by extreme bowing techniques. The supine position in which the cellist plays also contributes to creating unstable sonorities, and to their non-directional, upwards propagation: a reminiscence of the adolescent fantasies of the Elégie by Marceline Desbordes Valmore. The informal atmosphere of the piece is also created by the highly unstable metric structure.

This last feature is implicitly linked to Bussotti's partially aleatory notation, which is completely lacking in indications of metre and bar lines. Here, the melodic impulse is enhanced by the expressive indications placed over the rests, the rich virtual polyphony, and the constant challenge to go beyond the limits of the possible: ornamental figures over long pedal points of harmonics, ample chords which I have occasionally completed using my voice. The piece, dedicated to and entitled after the cellist Deborah Parker, is a cello solo which opens on a sustained A played by the oboe, taken from Rara Requiem, an opera for soloists, choir and orchestra.

Messieri's piece is based on the distortion of timbre, which is obtained by an excess of pressure, in turn metaphorically linked to the excessive tension of Jealosy. Each of the 21 Zadig Capricci associates a certain sonority and an instrumental technique with the moral quality described by each of the chapters of Voltaire's philosophical novel Zadig.

The rotational possibilities of musical form are explored by Unterhofer, with expressionistic melodic gestures, ample harmonies which use all four strings of the instrument, and percussive intrusions in passages based on the open strings. An unforeseeable, visionary citation of Bach's Cantata 204, Veichet nur, betrübte Schatten, appears halfway through the piece, while the conclusion is dominated by a sort of formal and sonorous rewind, which ends with a gesture of “live” scordatura of the instrument.

Scelsi's monumental triptych for solo cello, of which the first two episodes were composed in 1957, was completed in 1965 as Trilogy. The Three Phases of Man (Triphon, Youth-Energy-Drama; Dithome, Maturity-Energy-Thought; Igghur, Old age-Memories-Catharsis-Liberation). The meditative character of Igghur is emphasized by an extreme use of scordatura and by a great range of experimental techniques in sound production, while the energetic quality of Triphon is obtained by extending the timbre of the cello with a special copper mute, whose thin metallic sheets are wrapped around the strings, producing supplementary vibrations, refractions and distortions of the piece's microtonal harmony. In the third movement of Triphon, presented on this recording, the mantric quality of sound emerges by way of a spectral dilatation of the sonority of the instrument's lowest string; here as well, elements of timbre and improvisation are essential in constructing the musical form.

Electrical distortion, obtained through the use of an analogic pedal, is applied by Cisternino to harmonics, glissandi and other tenuous sound effects on the cello. This is one of the first Italian pieces to create a dialogue between an instrument coming from the classical tradition and its own electronic alter-ego. Composed in the period that witnessed the first direct contact between acoustical instruments and computer music, this piece integrates avant-garde language with a device whose origins clearly lie in popular music.

The idea of dialogue is developed by Scannavini in a different way, in an ideal reverberating acoustical environment; this deconstructive form of musical discourse was inspired by a phrase of Wittgenstein, “Every theory is a hypothesis”, which serves as a subtitle for the piece. This is an explicit allusion to Wittgenstein's Remarks on Frazer's Golden Bough, while the evocative sonorities of the piece create an anthropological milieu further expressed by non-European modal structures, timbres and polyrhythms.

An objective reference to a number of forms of European polyphonic tradition is easily discernible in the complex architecture that unites the fragments of the Rondò by Castaldi, which is based on the following formal scheme: REFRAIN I  - Allegro moderato, Nocturne lunatique - Larghetto, REFRAIN II - Allegro moderato, In T° deciso e risoluto, REFRAIN III - Allegro moderato, Petit Choral - Grave, REFRAIN IV - Allegro moderato, T° di Marcia, Menuet - Andantino grazioso, REFRAIN V - Allegro moderato, Valse - Modéré, Capriccio - Allegretto un poco rubato, Grand Choral - Grave, REFRAIN VI - Allegro moderato, Les Douze Heures, REFRAIN VII - Allegro moderato.                                                                                                                                                  The piece by Andreina Costantini that concludes this collection uses both an extreme range of pitch and diffractions of cello timbre, within a rarefied musical structure, inspired by Bartók.

 

Nicola Baroni

translation: Brent Waterhouse

 

 

 

 

Nicola Baroni è diplomato in Violoncello e in Musica Elettronica, ha in seguito conseguito la Laurea in Estetica Musicale presso il DAMS di Bologna. Si è perfezionato in Violoncello e in Musica da Camera con Franco Rossi, Alain Meunier, Anner Bijlsma, Siegfried Palm. E’ docente di Violoncello presso il Conservatorio “Monteverdi” di Bolzano, e di Tecniche della Improvvisazione presso i dipartimenti di Nuove Tecnologie e di Didattica dello stesso Conservatorio. Ha  sviluppato attività di ricerca e di produzione nel repertorio del XX Secolo con gli ensemble Octandre, Icarus, Siddharta, Musica Attuale, Musica/Realtà, Interensemble, Antisonic-Elektronika, FontanaMix. L’attenzione per le prassi esecutive si è manifestata con la pratica musicale su strumenti antichi, le pubblicazioni sul repertorio barocco per la casa editrice Ut Orpheus, l’interazione con il Computer e i mezzi tecnologici audio-visivi, la Live Electronics Performance tramite “Laptop Electric Cello”. L’attività discografica riguarda opere di Monteverdi, Torelli, Liszt, Malipiero, Villa Lobos, Scelsi, Gentilucci, in collaborazione con le etichette Tactus, Bongiovanni, Discantica, Luna, Rivo Alto. E’ presente da anni nel panorama concertistico con repertorio contemporaneo, romantico, barocco. L’attività concertistica è svolta nei teatri italiani, presso festival nazionali e internazionali in Europa, Stati Uniti, Sudamerica e Giappone.

 

Nicola Baroni gained conservatory diplomas in Cello Performance and in Electronic Music, as well as a degree in Musical Aesthetics at the University of Bologna. He participated in post-graduate courses in cello and chamber music with Franco Rossi, Alain Meunier, Anner Bijlsma, Siegfried Palm. He teaches Cello at the  “Monteverdi” Conservatory in Bolzano, in addition to Improvisation Techniques in the departments of New Technologies and Didactics. His performance and research activities in 20th Century repertoire have involved the following contemporary music ensembles: Octandre, Icarus, Siddharta, Musica Attuale, Musica/Realtà, Interensemble, Antisonic-Elektronika, FontanaMix. His interest in historical performance practice has led him to specialize in baroque cello as well, and to edit late 17th century music for Ut Orpheus Editions; he is now involved in electro-acoustic music, combined audio-visual techniques, and live electronics performance with “Laptop Electric Cello”. His discography contains music by Monteverdi, Torelli, Liszt, Malipiero, Villa Lobos, Scelsi, Gentilucci, for labels including Tactus, Bongiovanni, Discantica, Luna, Rivo Alto. For many years he has been active in the concert scene playing contemporary, romantic, and baroque repertoire, principally in Italian theatres and in national and international festivals; he has also played in  Europe, the United States, South America, and Japan.

 

 

 

 

1 Alberto Caprioli (1990) À quinze ans 12'40''

Proprietà dell'autore

2 Sylvano Bussotti (1969) Deborah Parker, aria per Violoncello Solo dal «Rara Requiem»   8'00''

Ed. Ricordi

3 Massimiliano Messieri (1999/2001) Zadig, 21 capricci dal romanzo di Voltaire, VIII  La jalousie 3'52''

Proprietà dell'autore

4 Heinrich Unterhofer (1987) Patchwork* 12'04''

Ed. Rugginenti

5 Giacinto Scelsi (1957) Triphon, «Giovinezza-Energia-Dramma»: III movimento dalla  «Trilogia-I tre stadi dell’uomo» 5'15''

Ed. Durand-Salabert

6 Nicola Cisternino (1984) Fraseggio dai  Tre  Ideoframmenti, Piccolo carteggio per  solo violoncello con  pedale distorsore 4'20''

Proprietà dell'autore

7 Claudio Scannavini (1988) Da una visione del “Ramo d’oro” di Frazer 10'42''

Proprietà dell'autore

8 Paolo Castaldim (2002) Rondò Neoclassico 8'27''

Proprietà dell'autore

9 Andreina Costantini (1991) Join, 5 studi  per violoncello solo, Studio n° 2 2'16''

Proprietà dell'autore

 

Nicola Baroni, violoncello

 

* Voce recitante nel brano Patchwork di H. Unterhofer

Marinella Manicardi 

 

 

 

 

Registrazione, Mix e Mastering di Marco Biscarini presso lo studio MODUlab di Casalecchio di Reno (BO), Aprile 2008.

 

Esecuzione sul violoncello “Marta” di Otello Bignami, Bologna, 1980.

 

Fotografie di Franca Giovanrosa e Daniela Carati.

 

 

 

DISCANTICA 211

 

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