|
BDI 176 |
|
Paul Hindemith |
|
Lo storia di Tuttifaentchen - Fiaba di Natale in parole e musica
(traduzione, adattamento e narrazione di Quirino Principe) |
|
Quirino Principe, voce narrante - Orchestra Sinfonica di Milano
Giuseppe Verdi - Fabrizio Dorsi, direttore |
|
42' 33'' |
|
DDD |
|
(1 CD) |
|
track |
compositore e titolo |
|
|
|
Paul Hindemith - C’era una volta... |
|
|
|
Paul Hindemith - Preludio |
|
|
|
3 |
Paul Hindemith - Vediamo la scena... |
|
|
4 |
Paul Hindemith - Canzone di Trudel |
|
|
5 |
Paul Hindemith - Tuttifant e Peter lavorano in silenzio...
|
|
|
6 |
Paul Hindemith - Intermezzo (preludio al secondo quadro)
|
|
|
7 |
Paul Hindemith - Cambiamento di scena... |
|
|
8 |
Paul Hindemith - Canzone di Peter |
|
|
9 |
Paul Hindemith - Dal fondo della piazza... |
|
|
10 |
Paul Hindemith - Marcia di Tuttifäntchen |
|
|
11 |
Paul Hindemith - Trudel e Tuttifäntchen accettano l’invito...
|
|
|
12 |
Paul Hindemith - Musica per il Teatro delle Marionette
|
|
|
13 |
Paul Hindemith - Quanto piace quella musica, a
Tuttifäntchen!! ... |
|
|
14 |
Paul Hindemith - Danza delle marionette |
|
|
15 |
Paul Hindemith - Trudel ha osservato la scena... |
|
|
16 |
Paul Hindemith - Canzone di mamma Berta |
|
|
17 |
Paul Hindemith - Volete sapere la novità? ... |
|
|
18 |
Paul Hindemith - Melòlogo di Tuttifäntchen |
|
|
19 |
Paul Hindemith - Mentre Tuttifäntchen è immerso nei suoi
interrogativi... |
|
|
20 |
Paul Hindemith - Ninna nanna di mamma Berta |
|
|
21 |
Paul Hindemith - Trudel si risveglia, completamente
rinvigorita... |
|
|
22 |
Paul Hindemith - Canto finale |
originariamente, Singspiel in
3 quadri
dal testo originale tedesco in
veste scenica e
in 3 quadri di
HEDWIG MICHEL
e FRANZISKA
BECKER
(1922)
(b. schott’s
söhne, mainz 1922)
*
C’era una volta... «…un re», direte voi. Ma no, ma no… figuriamoci: «un re !». Magari qualcuno ricorderà una sua lettura dell’infanzia, un libro che una volta era celebre… (con enfasi un po’ caricaturale)… «…c’era una volta un pezzo di legno»…
No! Non è neppure questo. Anche se, a dire il vero… però… potrebbe essere…ma no, non è così!
Su, raccontiamo le cose come si deve!. Dunque, si comincia così:
C’era una volta un fabbricante di marionette. Sia chiaro: marionette, non burattini. I burattini hanno testa e busto, senza gambe: sporgono dalla cintola in su dalla base di un teatrino all’aperto, e il burattinaio, con le mani sotto le falde dei loro piccoli vestiti finti, li afferra dal basso e li fa muovere con abilità. Le marionette sono figurine tutte intere, dalla testa ai piedi: sono donnine e omini perfetti. Il loro animatore li fa muovere con tanti fili tirati e allentati dall’alto: esattamente l’inverso del teatro di burattini. Perciò, ci guarderemo bene dal chiamare il signor Tuttifant un “burattinaio”; semmai, lo chiameremo un “marionettista”. Oh, già, ci è scappato il nome di costui: Tuttifant, appunto. (con finta perplessità) A proposito, che razza di nome è “Tuttifant”? “Tutti” chi? (voltandosi verso le quinte o verso il fondo del palcoscenico, come se replicasse alle parole, da noi non udite, di qualcuno invisibile): Aaah… sentite, mi dicono che il nome non è italiano, “tutti” non c’entra. Strano, però: lo avrei detto una parola italiana in principio, e poi sbagliata o pronunciata male nella parte finale. (di nuovo voltandosi c. s.) Eeh ?…ah, ho capito. Allora, mi hanno spiegato com’è la faccenda (che volete, ogni giorno s’impara qualcosa). Insomma, “tutti” non vuol dire “tutti”, ma è tedesco, e c’entra con i denti, e “fant” è una parola tedesca rara e un po’ antica che ha a che fare con l’idea di “bellezza”. Conclusione: il signor Tuttifant, se fosse italiano, si chiamerebbe “Beldente” o qualcosa di simile.
Eh, già, questi qui sono tedeschi. Tedesco il marionettista, tedesco il teatrino, tedesche le marionette (infatti parlano tedesco), tedeschi i fili che le muovono, tedeschissimo l’odore del legno di cui è fatto il teatrino, un aroma un po’ di faggio e un po’ di abete. (a voce sommessa, ma perfettamente distinta, un po’ commosso) Direi che è più o meno l’odore del Natale. E qui, cari amici, occorre un po’ di musica per festeggiare, e anche per aprire lo spettacolo e il sipario, come vogliono le buone maniere. Non vi pare?
1.
Preludio (spartito Schott 1922,
p. 1)
Vediamo la scena. Una stanza spoglia, con un buon odore poiché qui tutto è legno, i mobili e il rivestimento delle pareti e certe casse depositate a terra. Siamo in casa di Tuttifant. C’è una lunga tavola, per mangiare e lavorare. Tuttifant, che in questo momento è assente, ha una figlia di 14 anni, Trudel, e un aiutante e lavorante di 15, Peter. I due ragazzi hanno deciso di fare una pausa. Si vogliono bene come fratelli. Peter cinge con un braccio le spalle di Trudel e le narra una fiaba: una madre muore, e chiede a Dio di donarle una stella. Ella la riceve dalle mani di Dio, e la lascia cadere sulla terra, sperando che il suo bambino la trovi. La fiaba s’interrompe, poiché entra Tuttifant: «Scansafatiche! Presto, al lavoro!».
Tuttifant prende una marionetta quasi ultimata e la intaglia con cura. Peter prende un pezzo di legno e comincia a lavorare a una marionetta nuova. Trudel canta la canzone dell’abete di Natale:
Nel bosco s’innalza un alberello
di un bel verde dal color verde,
e fa piovere, il mascalzoncello,
gran nevicata d’aghi d’abete.
Ed ecco, entra Punoni. Chi è? Oh, una persona importante: nientemeno che il proprietario del Teatro delle Marionette. La prova della sua importanza è l’abbigliamento con cui si presenta: giubba rossa, cappello a cencio, stivali alla scudiera.
Punoni e Tuttifant, come al solito, si scambiano un cumulo di salamelecchi e di smancerie: «Mastro Tuttifant…!», «Monsieur Punoni…». Punoni si scappella e si inchina. Esagerato! Poi, era da aspettarselo, chiede a Tuttifant molte marionette nuove. Natale è imminente, ci sarà grande spettacolo, e il pubblico ha sete di novità. Oh, ma Tuttifant è preparato. Le casse, là sul pavimento, vengono aperte, e Tuttifant, fiancheggiato da Peter e da Trudel, esibisce “centinaia di milioni” di nuove creazioni” (ancora la solita esagerazione!). Due marionette sono le pupille dei suoi occhi, fra tutti quei recenti capolavori: la prima è nientemeno che il Diavolo, la seconda è addirittura la Nonna del Diavolo (già, poiché anche il Diavolo, come si usa dire, “tiene famiglia” [queste due parole virgolettate, se è possibile, con una sfumatura d’accento napoletano]). Punoni è in estasi. Trudel, incoraggiata dai successi di papà, mostra a Punoni un’altra marionetta, di fattura decisamente mediocre (forse ci si è provata lei, a intagliarla), che ella chiama “la signora Pupazzi”. Per pura cortesia, Punoni sfodera un largo sorriso e finge un altro accesso di estasi.
Però, con tutta la sua smaccata cortesia, il padrone del teatrino non è soddisfatto. Vuole una marionetta speciale che mastro Tuttifant gli aveva promesso: la marionetta delle marionette, quello che i tedeschi chiamano Kasperl, e noi Arlecchino. Tuttifant, imbarazzato, spiega a Punoni che la supermarionetta in questione è proprio quella cui egli sta lavorando: il lavoro è in ritardo, poiché il pezzo di legno, pur essendo di ottima qualità (per questo egli lo ha scelto), è terribilmente duro da intagliare. Ma questo promette bene, quanto a resistenza. «Vedrete, signor Punoni, curerò la nascita di questa marionetta come se si trattasse di mio figlio!». Punoni, rassicurato, se ne va, promettendo a tutti i migliori posti di prima fila in teatro. Trudel gli corre dietro, supplicandolo di chiedere un dono per lei a Babbo Natale. Corre, Trudel, cantando una canzoncina che comincia: «Quel che mi piace di più / nella testa mi fa “bu-bu-bu”…».
2.
Canzone di Trudel (spartito Schott 1922, p. 8)
Tuttifant e Peter lavorano in silenzio. Tuttifant ha quasi terminato. Gli occorrono i coltellini nuovi, per le ultime rifiniture. «Peter, dove sono?» «Sono ancora dall’arrotino, mastro…» «Ti avevo detto di andarli a prendere… fannullone, corri, su… che hai in quella testa?!» «Via, mastro, non vi arrabbiate! Vado, e in due salti sono di ritorno!». E Peter corre dall’arrotino. Tuttifant se la prende con il pezzo di legno, quello “tosto”, al quale sta lavorando. Imperversa con pialla e punteruolo. «Non ti servirà a nulla opporre resistenza. Un quarto d’ora, e ti avrò terminato. Mi manca ancora un ditino da tornire, e un po’ di colore sulla giubba. Vedrai, sarai bello!». Eh…? La marionetta fa cenno con la testa, con un gesto da automa, e replica: «Vedrai, sarai bello!».
Tuttifant, stupefatto, si pone le solite domande che anche noi ci poniamo tutte le volte in cui un cane o una zanzara cominciano a discutere con noi della filosofia di Nietzsche, oppure quando un cucchiaio o un tegame, all’improvviso, si mettono a cantare a squarciagola l’Inno di Mameli. «Sogno o son desto?…Ho bevuto un bicchiere di troppo…?….Stregoneria?». Ma c’è di peggio. La super-marionetta smette di ripetere macchinalmente le parole di Tuttifant, e, acquistando scioltezza di eloquio a poco a poco, comincia a parlare in maniera autonoma. Non solo: ha la faccia tosta (già, la “faccia tosta”, è il caso di dirlo) ha la faccia tosta di presentarsi come il… FIGLIO (!) di mastro Tuttifant! Lo chiama “paparino”! Sì, sì, avete udito bene: PA-PA-RI-NO !!!
Mastro Tuttifant è in questo stato confusionale quando entrano Peter e Trudel. Informati dell’accaduto, i due ragazzi trovano la cosa naturale. Ma come? Non ha forse detto mastro Tuttifant, per rassicurare Punoni, che si sarebbe preso cura del super-pupazzo come se fosse suo figlio? E Trudel?…Eh, avere un fratellino è sempre stato il suo sogno. Già, ma come chiamare il… “neonato”? Il mastro, prima indignato, si commuove. Ma sì: dal momento che il super-pupazzo è il “figlio” di Tuttifant, lo chiameranno con un diminutivo: “Tuttifäntchen”.
(Con la mano davanti alla bocca, come per sussurrare un segreto, ma in realtà parlando ad alta voce) Noi lo avremmo chiamato “Tuttifantino”, o magari “Beldentino”. Ma qui stiamo parlando di un ambiente tedesco, e, se facciamo eccezione per Punoni, evidentemente di origine italiana, ecco che mastro Tuttifant, Trudel, Peter, eccetera, sono tedeschi, e devono per forza battezzare il super-pupazzo con un diminutivo in stile tedesco. I tedeschi, si sa, fra le loro numerose manie e stranezze ne hanno una davvero insopportabile: hanno la mania di parlare in tedesco! (Con la mano davanti alla bocca, ecc., c. s.) Del resto, perché ci dovremmo scandalizzare? Anche noi italiani, di solito, parliamo italiano, fatta eccezione per gli uomini politici, gli alti funzionari dello Stato, i divi dello sport e della moda. Questi no, ma tutti gli altri italiani almeno si sforzano di parlare italiano.
Insomma, è nato Tuttifäntchen. Termina il trambusto, tutto ritorna alla …“normalità”, scende la notte. Trudel e Peter vanno a letto, e Tuttifäntchen viene adagiato lì vicino. Tesoro! Non siete commossi? Pensate che Tuttifäntchen, al buio, si rivolge alla “sorella” con la domanda che si fanno spesso i bimbi di notte: «Trudel… dormi?»
È notte fonda. Tutti sono immersi nel sonno. Anche Tuttifäntchen? Forse la super-marionetta può soltanto fantasticare, non dormire. Ma Natale è alle porte, e ciascuno sogna una giornata allegra e festosa.
3. Intermezzo (preludio al secondo quadro) (spartito
Schott 1922, p. 16)
Cambiamento di scena. Siamo nella piazza del mercato, piena di chioschi e bancarelle. Punoni e i suoi aiutanti tuttofare sono affaccendati a montare, con travi di legno, un teatro di marionette. Si avvicina il borgomastro, un tipo paesano, comico e tronfio. Punoni gli offre biglietti gratuiti per i migliori posti in prima fila, ma il borgomastro ripete come un pappagallo: «Non ho tempo, non ho un attimo di tempo». Alle insistenze di Punoni, il borgomastro risponde spiegando che il villaggio è insidiato da ladruncoli e teppisti, e che la gente non è più sicura, e teme per i propri beni.
Finalmente il teatro delle marionette è allestito e infiocchettato. I bambini del villaggio si affollano al suo ingresso, e danzano allegri. Appare Peter. Pare che abbia fretta, ma quando i bimbi lo circondano e non lo lasciano andar via a meno che egli non si esibisca in musica, Peter si lascia convincere e canta una canzone. Il soggetto lo conosciamo: è la fiaba della madre morta e della stella che Dio le concede affinché ella la lasci cadere sulla terra, sperando che il suo bambino la raccolga.
4. Canzone di Peter (spartito Schott 1922,
p. 14)
Dal fondo della piazza arrivano Tuttifäntchen e Trudel, un sella a un cavalluccio di legno. Trudel è vestita da Pierrette, che sarebbe, fra le maschere della Commedia dell’Arte, l’eterna innamorata di Pierrot. Mentre un venditore gira per la piazza offrendo ciambelle calde, Trudel e Tuttifäntchen rovesciano le ceste di mele che fanno mostra di sé sulle bancarelle. Le mele rotolano a terra, per la gioia dei bambini che le raccolgono. Una venditrice di mele tenta di raccogliere i frutti rotolanti, e intanto lancia impropèri contro Trudel e contro quello scavezzacollo dispettoso che ha nome Tuttifäntchen. «Il diavolo vi porti!», grida. Ma Tuttifäntchen la ignora, e si diverte a fingere di cavalcare: «Hop, hop, hop, fate largo, altrimenti veniamo a cavalcare sopra le bancarelle!». Punoni vede Tuttifäntchen e Trudel. «Sapete, non ci sono soltanto marionette nel mio spettacolo: anche ragazzi di carne e sangue. Voi sapreste danzare?» Tuttifäntchen risponde: «Danzare? Puah! Sappiamo fare ben altro». E si lancia in’acrobatica capriola. Poi, con provocatoria ostentazione, imita, in lungo e in largo per la piazza, una marcia caricaturale e grottesca ( …la quale, detto fra noi, potrebbe essere considerata un reato di vilipendio a danno delle Forze Armate — delle Forze Armate in circolazione nella Germania di allora, beninteso!).
5. Marcia di Tuttifäntchen (spartito Schott
1922, p. 24)
Trudel e Tuttifäntchen accettano l’invito di Punoni, e decidono di partecipare allo spettacolo. Punoni, molto soddisfatto, presenta al pubblico che gremisce la piazza — le presenta, si badi, a rispettosa distanza — le marionette del Diavolo e delle Nonna del Diavolo, cui nel frattempo il bravo mastro Tuttifant, lavorando durante la notte precedente, ha aggiunto altre marionette: i genitori del Diavolo, i cognati e le cognate del Diavolo, un cugino di quarto grado del Diavolo, insomma, quasi l’intera famiglia tranne gli assenti giustificati. Durante l’esibizione, accolta dai ragazzi presenti in piazza con eccitazione ma anche con qualche brivido dietro la schiena, una banda paesana scritturata da Punoni esegue travolgenti valzer, e, per finire, una gaia polka.
6.
Musica per il Teatro delle Marionette (spartito Schott
1922, p. 20)
Quanto piace quella musica, a Tuttifäntchen!!. Probabilmente il super-pupazzo ha orecchio; forse, persino l’orecchio assoluto. Tanto è vero che al suono di quella banda di bravi e volonterosi suonatori Tuttifäntchen comincia prima a muoversi e a ondeggiare impercettibilmente, poi a compiere veri movimenti di danza, sempre più decisi, sempre più energici… evidentemente, i suo fratelli di sangue e di legno sentono i legami naturali, poiché tutte le altre marionette, come contagiate dal ballo di san Vito, cominciano a danzare sulla soglia del teatrino. Uno spettacolo delizioso, credetemi, anche se, quando ci penso di notte, lo ricordo, io che c’ero, come qualcosa di demoniaco.
7.
Danza delle marionette (spartito Schott
1922, p. 11)
Trudel ha osservato la scena, e, stupefatta, domanda a Tuttifäntchen: «Ma tu sei stato a scuola dalle streghe? Te ne intendi di magia nera?» Per tutta risposta, quel briccone di Tuttifäntchen le mostra un palmo di lingua, e, dispettoso com’è, approfittando di un attimo di distrazione della ragazzina, le prende il cuore e lo nasconde nel taschino (sì, sì, avete capito benissimo, le prende il cuore!). Poi, afferra le due marionette più spaventose fra quelle disponibili, ossia il Diavolo e la Nonna del Diavolo, e le avvicina con gesti beffardi e falsamente minacciosi alle facce dei molti bambini presenti. I bambini, e soprattutto le bambine, cominciano a frignare. Alcuni fuggono via, atterriti; altri, incerti sul da farsi, corrono più e più volte intorno alla piazza, strillando e quasi provocando un’alluvione con le loro lacrimucce.
Mamma Berta, una saggia signora del villaggio, oramai non più giovanissima e un po’ appesantita dagli anni, molto religiosa e amante dei buoni costumi, domanda ai bambini piangenti: «Che cosa vi succede? Chi è stato cattivo con voi?». I bimbi rispondono: «Eravamo contenti e ci stavamo divertendo… poi sono arrivati quei due, Trudel e il suo amico che non abbiamo mai visto prima, e hanno cominciato a spaventarci con quelle orribili figure!». Mamma Berta è molto severa con i bambini che tormentano i loro coetanei. Convinta che un saggio discorso, soprattutto se pronunciato in versi e in rima, sia un toccasana di natura “morale”, mamma Berta intona una canzone. È sicura che i due ragazzacci, soltanto a udirla, si emenderanno. La canzone dice più o meno:
Via, via gli animaletti da bosco e radura,
nel sonno invernale giace la Natura.
La terra è coperta da scintillante ghiaccio…
già, ma senza riso e grano, come faccio?
Bene, pazienza, se ne stian tranquilli
Riso e grano, finchè il sole non brilli!
Eccetera eccetera. La musica della canzone? Niente male. Ascoltiamola.
8.
Canzone di mamma Berta (spartito Schott
1922, p. 27 )
Volete sapere la novità? Tuttifäntchen sta attraversando quella che oggi si chiama “crisi di identità”. Anche un suo lontano antenato, anch’egli nato da un pezzo di legno e con occhiacci di legno che guardavano storto, nei primi tempi, passò attraverso una crisi simile. «Che cosa sono? Un ragazzo o.. che cosa?». Se lo domanda il nostro Beldentino.
9.
Melòlogo di Tuttifäntchen (spartito Schott
1922, p. 29)
In corrispondenza con le parole
che nell’originale sono cantate, sezione Schnell, fino al Do con corona,
ci sarà il seguente parlato:
Un, due, tre, sempre avanti, innanzi il piè.
Sono ma-, ma- marionetta,
faccio cenni a macchinetta.
No… così non me la sento più di vivere.
Nelle 3 misure della sezione Sehr langsam : Oh, quanto mi piace l’albero di Natale!
Niente parlato nella sezione Langsam conclusiva.
Mentre Tuttifäntchen è immerso nei suoi interrogativi, Trudel si sente straordinariamente stanca: di una stanchezza mortale. Che cosa è accaduto? Le marionette demoniache (il Diavolo, la Nonna del Diavolo, eccetera) hanno avuto su di lei un effetto magico: prima di sovreccitazione, poi di spossatezza. Ma, evidentemente, anche il furto del suo cuore, commesso da quel manigoldo di Tuttifäntchen, non è che abbia giovato molto alla salute della bambina. «Mia figlia muore!», grida disperato Tuttifant. Tutti sono angosciati. “Tutti” .ho detto: sì, tutti tutti, anche Tuttifäntchen. Mamma Berta, più saggia degli altri, è persuasa che la ragazza abbia bisogno soltanto di riposo e di affetto, Prende Trudel tra le braccia e la canta una ninna nanna. Tuttifäntchen, per la prima volta, sa che cosa sia soffrire: meglio, per la prima volta sa che cosa sia voler bene. La sua mano scivola furtiva dal taschino a chissà dove… Al canto di mamma Berta, i lineamenti di Trudel si rasserenano nel sonno ristoratore.
10.
Ninna nanna di mamma
Berta (spartito Schott
1922, p. 31)
Trudel si risveglia, completamente rinvigorita. La sua prima domanda è: «Tuttifäntchen, dove sei?» Papà Tuttifant, mamma Berta, Peter (che per la ragazza è sempre stato come un fratello maggiore), persino Punoni, che per l’occasione la smette con le sue manierate riverenze, circondano Trudel con mille cure. Già, ma dov’è Tuttifäntchen? Tutti cominciano a cercarlo. A un certo punto, Peter, che ha la vista più acuta degli altri, nota due strane protuberanze che spuntano dal tronco dell’albero di Natale..e crescono, crescono…sono strani rami dalla crescita veloce… ma no, non sono rami, sono mani… mani seguite da due braccia… le braccia di Tuttifäntchen !!! Proprio così: la marionetta divenuta ragazzo scorbùtico e vivace, il ragazzo ex-marionetta, insomma, quella strana creatura, è stata attratta dal calore del Natale, dal profumo degli aghi d’abete. Tuttifäntchen si è commosso, si è avvicinato all’albero di Natale, ha voluto nascondersi dietro i suoi rami per fare uno scherzo al suo preteso papà, alla sua pretesa sorellina, a tutti gli altri, e alla fine è stato assorbito dal legno del grande e verde e odoroso abete.
Piangete? Dovremmo piangere? No. Tuttifäntchen non è scomparso. È divenuto un’idea. Così, ora è indistruttibile, immortale, perpetuo come il ciclo che avvicenda le stagioni e fa seguire all’inverno la primavera. Tra i rami dell’abete di Natale, ora brilla qualcosa che prima non c’era: una stella, forse caduta dal cielo.
Tutti hanno una gran voglia di canto, di musica. Tutti insieme, festeggiano il Natale con la musica e con il canto, ossia nella maniera migliore che la vita conceda ai viventi.
11.
Canto finale
(spartito
Schott 1922, p. 33)
DISCANTICA 176