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BDI 149 |
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Francesco Canova
da Milano, Pietro Paulo Borrono |
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Rose e Viole |
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Paolo Cherici,
liuto e vilhuela |
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65' 40'' |
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DDD |
BDI 149
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track |
compositore e titolo |
durata |
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1 |
P.P. Borrono - Saltarello ditto Rose e Viole |
1' 9'' |
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2 |
F. da Milano - Ricercare XII |
1' 32'' |
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3 |
F. da Milano - Vignon Vignetta |
0' 55'' |
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4 |
F. da Milano - Ricercare XV |
2' 56'' |
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5 |
F. da Milano - Ricercare XVI |
2' 18'' |
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6 |
P.P. Borrono - Pavana ditta la Milanesa e Saltarello de la
Preditta |
2' 40'' |
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7 |
F. da Milano - Ricercare XXVII |
1' 4'' |
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8 |
P.P. Borrono - Saltarello ditto el Mazolo |
1' 16'' |
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9 |
F. da Milano - Ricercare XXXI |
1' 3'' |
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10 |
P.P. Borrono - Saltarello detto el Burato |
0' 5'' |
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11 |
F. da Milano - Las ye my plains |
1' 31'' |
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12 |
F. da Milano - Ricercare XXIX |
1' 55'' |
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13 |
P.P. Borrono - Pavana la Milanesa e Saltarello |
4' 16'' |
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14 |
F. da Milano - Ricercare XXXII |
5' 23'' |
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15 |
F. da Milano - Ricercare XXIII |
1' 4'' |
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16 |
F. da Milano - Ricercare XXI |
1' 6'' |
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17 |
F. da Milano - Ricercare XIX |
1' 10'' |
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18 |
F. da Milano - Ricercare XX |
0' 57'' |
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19 |
P.P. Borrono - Pavana ditta la Desperata e Saltarello de la
preditta |
4' 1'' |
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20 |
F. da Milano - Ricercare I |
2' 34'' |
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21 |
F. da Milano - Ricercare V |
3' 41'' |
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22 |
P.P. Borrono - Saltarello ditto Antonola |
1' 2'' |
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23 |
F. da Milano - Ricercare III |
2' 15'' |
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24 |
F. da Milano - Ricercare VI |
3' 15'' |
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25 |
P.P. Borrono - Pavana ditta la Malcontenta e Saltarello de
la preditta |
2' 41'' |
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26 |
F. da Milano - Ricercare X |
1' 40'' |
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27 |
F. da Milano - Quando penso al martire |
3' 17'' |
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28 |
P.P. Borrono - Saltarello ditto la Traditorella |
1' 29'' |
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29 |
F. da Milano - Ricercare II |
1' 13'' |
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30 |
F. da Milano - Mon per si ma marie |
1' 56'' |
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31 |
F. da Milano - Ricercare XXXIV |
1' 48'' |
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32 |
F. da Milano - O bone Jesu |
2' 25'' |
PREFAZIONE
Francesco da Milano e Pietro Paolo Borrono da Milano
occupano nel panorama della musica italiana
per liuto della prima metà del Cinquecento un posto di assoluto rilievo.
L’uno e l’altro possono infatti essere considerati come i massimi esponenti dei
due generi compositivi, il ricercare (fantasia) e la danza, con cui si sperimentano sulla tastiera del
liuto le risorse tecniche e musicali in grado di dare dignità artistica a un
linguaggio strumentale autonomo e progressivamente affrancato dai modelli
vocali allora predominanti. Francesco scrive prevalentemente ricercari, anche
se una parte significativa della sua produzione è dedicata alle trascrizioni di
brani vocali; Borrono si orienta invece su forme di danza quali la pavana e il
salterello, pur non tralasciando di cimentarsi occasionalmente con la forma del
ricercare. Non è forse casuale il fatto che le loro opere siano in parte
inserite negli stessi libri di intavolatura, quasi a conferma della
complementarietà dei due generi che caratterizzavano il repertorio praticato
dai liutisti. Sin dall’inizio della sua storia il liuto ha dato voce a esigenze
musicali diverse: considerato lo strumento principe nella raffinata cultura del
periodo, il liuto poteva sia accompagnare una voce oppure un ensemble a più
parti vocali e strumentali, sia assumere un ruolo solistico veicolando le nuove
tendenze stilistiche e formali che germogliavano nella pratica strumentale del
Rinascimento, ormai autonoma e in grado di forgiarsi un proprio idioma. Le
intavolature di Francesco Spinacino (1507), Joan Ambrosio Dalza (1508) e di
Vincenzo Capirola (1517) che cronologicamente precedono di pochi decenni le
intavolature di Francesco e di Borrono, ci attestano come il genere colto del
ricercare e quello di derivazione
popolare della danza contribuiscano,
unitamente alle trascrizioni vocali,
alla definizione di una scrittura musicale in cui vengono esaltate le
peculiarità tecniche ed espressive dello strumento. Proprio l’esperienza
maturata agli inizi del Cinquecento perviene nella produzione di Borrono e
soprattutto di Francesco, a partire dal 1536, a una tale compiutezza estetica
che possiamo considerare le loro opere tra i primi capolavori della storia
della musica strumentale.
Francesco Canova nasce nel 1497 a Pieve di Vimercate
e trascorre i primi anni della sua vita a Milano, dove probabilmente studia con
Giovanni Angelo Testagrossa (1470-1530), liutista fra i più rinomati del
periodo e maestro anche di Isabella
d’Este. Nel 1519, all’età di appena 22 anni,
lo troviamo tra i musici al servizio della corte vaticana, dove rimarrà
per molti anni. Il mecenatismo di papi quali Leone X, Clemente VII e Paolo III
richiama alla corte vaticana artisti, letterati e musicisti di varia
provenienza fra i quali appunto Francesco, che proprio in quella sede in virtù
del suo straordinario talento riceverà apprezzamenti e consensi che lo
renderanno famoso sia in Italia che nel resto d’Europa. L’attività di Francesco
non si esaurisce nella sola corte papale: dopo il sacco di Roma (1527) lo
troviamo a Salsomaggiore o forse a Piacenza, e successivamente è probabile un
suo soggiorno a Napoli, dove 1536 saranno pubblicate dall’editore Sultzbachius
due libri di intavolatura con sue composizioni. Negli ultimi anni della sua
vita Francesco ritornerà a Milano, dove morirà nel 1543. Fra gli episodi più
significativi della sua vita è da annoverare nel 1538 un viaggio a Nizza a
seguito di Paolo III, che ivi incontrerà l’imperatore Carlo V e il re Francesco
I. Le cronache ci riferiscono che in questa circostanza le esibizioni di
Francesco colpirono profondamente il re Francesco I che non esitò a
manifestargli la propria ammirazione. E’ probabile inoltre che per un certo
periodo Francesco abbia soggiornato a Parigi. Girolamo Cardano (1501-1576),
medico, matematico e astrologo milanese, scrive a proposito di Francesco, in un
oroscopo del 1543, che fu ammirato da tutti e considerato superiore ai
musicisti passati e presenti. La sua fama fu tale che gli venne attribuito
l’appellativo di divino: quando nelle cronache dell’epoca si parla di Francesco
leggiamo infatti il divino Francesco da Milano. Se pensiamo che tale
appellativo ha designato nel Cinquecento solo artisti di altissimo livello, fra
cui Michelangelo, possiamo renderci meglio conto della considerazione di cui
godeva il nostro liutista. A tale
riguardo, vale la pena di ricordare come proprio i nomi di Francesco e di
Michelangelo siano accomunati come esempi di artisti sommi nelle rispettive
discipline (Galeazzo Florimonte, I ragionamenti sopra la filosofia morale
d’Aristotele, Venezia 1554). Al di là delle testimonianze riportate e di molte
altre che ci sono pervenute, la fama del divino Francesco ci è attestata
soprattutto dalle molteplici stampe e manoscritti contenenti le sue opere: il
suo nome ritorna frequentemente nelle raccolte liutistiche per tutto il
Cinquecento sino alle soglie del Seicento,
fatto questo straordinario se si considera che all’epoca la morte di un
compositore segnava anche la fine della sua presenza nell’editoria musicale.
Dopo il 1543, anno della morte di Francesco, troviamo invece un numero cospicuo
di pubblicazioni e raccolte manoscritte in cui sono presenti suoi lavori che
superano addirittura i confini italiani per diffondersi in tutta l’Europa. La
ragione di ciò va ricercata nell’alto livello di ispirazione che permea le sue
opere: la fama di Francesco non dipendeva solo dalle sue capacità strumentali,
che ne avrebbero confinato la notorietà esclusivamente agli anni in cui visse,
ma dal suo genio creativo che ha continuato per molti decenni ancora ad
affascinare le successive generazioni di liutisti. I ricercari di Francesco
presentano una variegata gamma di risorse strutturali prevalentemente mutuate
dalle coeve forme vocali. In particolare il madrigale, articolato in episodi
che si avvicendano alla luce di un sapiente gioco contrappuntistico, trova
nelle opere di Francesco un’ulteriore conferma dei principi ispiratori
declinati però in chiave strumentale, vale a dire tesi a realizzare una
polifonia modellata sulle risorse tecniche del liuto (Ricercari I, III, XXXII).
Contrariamente a quanto si verifica a volte nella letteratura liutistica del
periodo allorché si sacrifica la fluidità esecutiva al rispetto del
contrappunto, Francesco riesce miracolosamente a trovare un punto di equilibrio
tra le due esigenze: i suoi brani appagano l’occhio in virtù delle sottili e
precise geometrie sonore che disegnano senza però appesantire la mano. Oltre al
madrigale, anche la chanson parigina con i suoi vivaci giochi ritmici influenza
la scrittura di Francesco, che proprio ispirandosi a questa forma scrive brani di una straordinaria agilità e
trasparenza (Ricercari XII, XXIII, XXXI). Nella produzione di Francesco troviamo
pure composizioni che possono essere considerate delle fughe vere e
proprie, costruite cioè su un solo
elemento tematico piuttosto che sul tradizionale impianto episodico di
derivazione madrigalistica, in questo anticipando i futuri sviluppi della musica
strumentale (Ricercari V e VI). Infine meritano un richiamo le trascrizioni di
brani polifonici, che possiamo considerare il dovuto tributo che ogni
compositore dell’epoca pagava alla vocalità, espressione somma dell’arte
musicale. In questi lavori Francesco si mostra rispettoso del brano vocale
salvaguardandone l’impianto originale e concedendosi solo qualche rara
diminuzione.
Sotto tutt’altro segno si svolge la vicenda umana e
artistica di Borrono. Le notizie che ci rimangono di lui ce lo ritraggono come
un personaggio torbido che potrebbe fare da protagonista ad un romanzo di
intrighi di corte. Citato, oltre che come musicista, anche come uomo d’arme e
spia, lo troviamo implicato in episodi poco edificanti, come quando si reca a
Roma in qualità di sicario col compito di assassinare il cardinale Alessandro
Farnese. Borrono fu scoperto e confessò, ma continuò comunque la sua attività
spionistica fino all’episodio del 1664, quando, come ci viene narrato, ormai
“septuagenario e decrepito” riesce a sottrarsi alla cattura da parte dei fanti
del capitano di giustizia di Milano con le vesti stracciate e “lassando la sua
cappa e biretta”. Dopo questo episodio rocambolesco non si hanno più sue
notizie. Le opere di Borrono ricorrono frequentemente nelle raccolte
liutistiche dell’epoca e, come già ricordato, constano prevalentemente di
pavane e saltarelli dai nomi fantasiosi o allusivi, spesso congiunti in un
dittico a formare un’unica composizione. Formalmente queste danze si presentano
come variazioni su semplici successioni armoniche basate prevalentemente sui
tenores in voga all’epoca. L’invenzione melodica unitamente all’incisività
ritmica che le caratterizza fanno di queste danze dei veri e propri capolavori
del genere. Risulta veramente sorprendente la capacità di Borrono di riuscire a
rendere avvincente il discorso musicale, pur nella semplicità delle sue
componenti, grazie ad una fluente cantabilità vivacizzata da giochi
accentuativi frequentemente asimmetrici.
Come già accennato, Borrono condivide con Francesco
alcune intavolature, principalmente quelle apparse nel 1536 (Casteliono,
Milano), nel 1546 (?, Venezia) e nel 1548 (Scotto, Venezia). E’ questa la
ragione per cui ho pensato di proporre i due autori insieme nella presente
incisione. Sono convinto che il contenuto delle intavolature citate rifletta
una abitudine esecutiva da parte dei liutisti che amavano avvicendare brani
seri e complessi come ricercari e trascrizioni vocali a brani più spigliati e
immediati come le danze. Così ho pensato di far precedere, disponendoli secondo
un’ordine modale, ricercari e trascrizioni da una danza per rendere l’ascolto
più vario e al tempo stesso dare l’idea di quale fosse l’ambito in cui si
concretavano le scelte di repertorio di un liutista del Rinascimento.
Per questa registrazione ho utilizzato due strumenti:
un liuto rinascimentale in sol e una vihuela in la. Sebbene la vihuela fosse
uno strumento praticato soprattutto in Spagna, sappiamo con certezza che veniva
suonato anche altrove. A dimostrazione di ciò abbiamo le due intavolature di
Francesco pubblicate a Napoli nel 1536 dall’editore Sultzbachius, il cui titolo
recita Intavolatura de viola o vero lauto…. , dove viola è la traduzione in
italiano di vihuela. Dunque Francesco ha previsto l’utilizzo di questo strumento
come alternativa al liuto per allargare le risorse di timbro e di colore con
cui dare voce alle sue composizioni. Il titolo del cd, Rose e Viole, tratto dal
saltarello di Borrono posto come brano d’apertura, ben si presta perciò come
immagine floreale a suggerire la duplice valenza di autori, strumenti e generi attraverso cui si dipana
l’itinerario musicale proposto, richiamando inoltre un aspetto molto importante
della cultura rinascimentale che tende all’esaltazione congiunta della capacità creativa dell’uomo comparata
alla bellezza della natura: “… sarà questo mio libro, come un verde prato
pieno di vari e odoriferi fiori ….” (Intavolatura del Casteliono).
Paolo Cherici
Francesco da Milano and Pietro Paolo Borrono da
Milano occupy a truly important place in the panorama of Italian lute music of
the first half of the sixteenth century. In fact, both of them can be considered the greatest exponents of the
ricercare (fantasia) and the dance, through which they experimented the
technical and musical resources of the lute.
They were also able to bestow artistic dignity upon an autonomous instrumental
language, and one which was progressively freed from the then predominant vocal
model. Francesco composed mostly
ricercari, even if a significant part of his work was dedicated to transcribing
vocal works. Borrono, however,
dedicated himself to composing dances: the pavane and the saltarello, but did
not avoid writing the occasional ricercare.
It is not perhaps by chance then that a part of their compositions were
included in the same book of tablatures.
This almost confirms the complementarity of the two genres predominating
the lute repertoire. From the start,
the lute was noted for its uniqueness: it was considered the most important
instrument of the refined culture of the period. The lute could be used to accompany a solo voice or a vocal or
instrumental ensemble, or as a solo instrument, diffusing the new formal and
stylistic trends which germinated in Renaissance instrumental music. Hence, it was autonomous and capable of
creating its own musical language. The
tablatures of Francesco Spinacino (1507), Joan Ambrosio Dalza (1508) and
Vincenzo Capirola (1517) which chronologically precede the tablatures of
Francesco and of Borrono by few decades, show us how the refined genre of the
ricercare and the genre derived from popular dance contributed, together with
the vocal transcriptions, to defining a musical language in which the unique
technical and expressive characteristics of the instrument are exhalted. The experience which had come to maturity in
the first part of the sixteenth century reached, from 1536, in the works of
Borrono and especially of Francesco, such an aesthetic completeness that we can
consider their works among the first masterpieces in the history of
instrumental music.
Francesco Canova
was born in 1497 in Pieve di Vimercate, and spent the first years of his life
in Milan, where he probably studied with Giovanni Angelo Testagrossa
(1470-1530), one of the most famous lutenists of the period, and also the
teacher of Isabella d'Este. In 1519, at
only 22 years of age, he was among the musicians in service at the Vatican
court, where he remained for many years.
The patronage of popes such as Leo X, Clement VII and Paul III, called
to the court artists, literary men and musicians of various provenance. Among these was Francesco, who in that
court, owing to his extraordinary talent, was praised in such a way as to make
him famous both in Italy and in the rest of Europe. However, Francesco's activity was not limited to the papal court. After the sack of Rome in 1527, we find him
in Salsomaggiore or perhaps in Piacenza, and later, he was most likely in
Naples, where in 1536, two books of tablatures with his compositions were
published by Sultzbachius. Francesco
was in Milan during the last years of his life and died there in 1543. Among the most significant episodes of his
career, there is his trip to Nice in 1538 among the suite of Paul III, where he
met the emperor Charles V and King Francis I.
Chronicles state that in these circumstances, Francesco's performances
deeply impressed King Francis I, who did not hestitate to show him his
admiration. Furthermore, it is likely
that Francesco had stayed in Paris for a certain period. Girolamo Cardano (1501-1576), doctor,
mathematician and astrologer from Milan, wrote in a horoscope of 1543 that
Francesco was admired by all and that he was considered superior to past and
present musicians. His fame was such
that he was referred to as "divine".
In fact, in the chronicles of the period he is referred to as "il
divino Francesco da Milano". If we
consider that such a title was given to such an illustrious sixteenth-century
artist as Michelangelo, we can better understand his reputation. Furthermore, it is worth noting how the
names of Francesco and Michelangelo are used together as examples of
outstanding artists in their respective disciplines (Galeazzo Florimonte: I
ragionamenti sopra la filosofia morale d'Aristotele, Venice 1554). Beyond the evidence given here and much more
evidence that has come down to us, the fame of the divine Francesco is attested
to especially by the numerous printed works and manuscripts which include his
works: his name frequently appears in the collections for lute throughout the
sixteenth century until the dawn of the seventeeth century. This is a unique occurrence, when
considering that at that time, the death of a composer also marked the end of
his works being included in music publishing.
After 1543, the year of Francesco's death, however, we still find a
considerable number of publications and manuscript collections in which his
works are included, and which actually go beyond the Italian borders and
throughtout Europe. The reason for this
can be found in the high level of inspiration permeating his works: Francesco's
fame was not only a consequence of his instrumental skill, which would have
confined his fame to the years he was alive, but of his creative genius which
continued to fascinate successive generations of lutenists for many decades to
come. The ricercari by Francesco
present a varied range of structural resources prevalently taken from the
coeval vocal forms. Of these, the
madrigal, which developed during episodes of skilful counterpoint, is of
particular note. It is an example of a
vocal genre whose principles inspired instrumental music, that is, those
principles which led to creating a sort of polyphony modelled on the technical
resources of the lute (Ricercare I, III, XXXII). Contrary to what sometimes appears in the music for lute of this
period, when the fluidity of performance is sacrificed for the counterpoint,
Francesco miraculously was able to find a balance between these two needs: his
works satisfy the eye for their precise and clever design, without creating
difficulty for the performer. Besides
the madrigal, Francesco's compositional style was influenced by the Parisian
chanson, with its lively rhythmic movement.
And it is just this inspiration which we see in his works of great
agility and transparency (Ricercari XII, XXIII, XXXI). Among Francesco's works, there are works
which can be considered outright fugues, constructed on one theme rather than
on the traditional scheme of episodes derived from the madrigal, thus
anticipating the future developments of instrumental music (Ricercari V and
VI). Finally, of note are also the
transcriptions of polyphonic works, which we can consider to be the necessary
homage which every composer of that period paid to vocal music, the highest
expression of musical art. In these
works, Francesco displays a respect for the vocal genre preserving its original
structure and allowing himself only a few diminutions.
The artistic and
life story of Borrono is quite different from that of Francesco. The information that has been left to us
describes him as a sinister character who could be the protagonist of a novel
about court intrigue. Cited, apart from
being a musician, as a man-at-arms and a spy, we find him involved in hardly
edifying episodes, such as when he went to Rome as a hired killer on a mission
to assassinate Cardinal Alessandro Farnese.
Borrono was discovered and he confessed, but he nevertheless continued
his activity as a spy until an episode in 1664 when, as has been narrated to
us, already a septuagenarian and decrepit, he was able to escape being captured
by the soldiers of the police commander of Milan, wearing torn clothes and
leaving his cape and hat behind. After
this daring episode, there is no further news about him. His works frequently appear in the
collections for lute of the period and, as already stated, include mostly
pavanes and saltarelli with imaginative titles or harmonic progressions
prevalently based on the standards in vogue at that time. The melodic invention together with the
rhythmic incisiveness which distinguish them, make these dances outright
masterpieces of the genre. It is truly
surprising how Borrono is able to captivate through his musical language,
despite the simplicity of its components, thanks to a flowing singing quality
enlivened by a playful use of accents which are frequently assymetric.
As already stated,
Borrono shared certain tablatures with Francesco, especially those which
appeared in 1536 published by Casteliono in Milan, in 1546 by an unknown
publisher in Venice, and in 1548 by Scotto in Venice as well. This is the reason why I thought of putting
the two composers works together on this recording. I am convinced that the contents of the above-mentioned
tablatures reflects a habitual practice of lutenists who enjoyed alternating serious
and complex works like ricercari and vocal transcriptions with more brisk and
immediate works like dances. Thus I
decided to precede ricercari and transcriptions with a dance, according to a
modal order, to make the listening more varied and at the same time, to give
the idea of how choices of repertoire were made by lutenists in the
Renaissance.
For this recording
I used two instruments: a renaissance lute in G and a vihuela in A. Although the vihuela was used mostly in
Spain, we know for certain that it was played elsewhere. To illustrate this there are the two
tablatures by Francesco published in Naples in 1536 by Sultzbachius, which are
entitled Intavolatura de viola o vero lauto....,where
viola is the Italian translation for vihuela.
Therefore, Francesco wanted this instrument to be used as an alternative
to the lute to expand the resources of timbre and colour for the performance of
his works. The title of this CD, Rose e Viole, taken from the saltarello
by Borrono, the opening work on this CD, is a suitable floral image because it
suggests the twofold importance of the composers, instruments and genres
through which this proposed musical itinerary unravels, also recalling a
crucial aspect of the renaissance culture which exhalts the creative drive of
mankind blended with the beauty of nature:
"...this book of mine will be like a meadow full of many scented
flowers..." (Intavolatura del
Casteliono).
Paolo Cherici
(Translated
by Leo Chiarot)